• Tu benedici la corona dell’anno

    Tu benedici la corona dell’anno

    “Tu benedici la corona dell’anno”: il tempo come dono

    Riflessioni di Mons.Francesco Braschi (Radio Maria, 1 Settembre 2020)
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    Dedichiamo queste rilfessioni a aciò che la tradizione bizantina, la tradizione delle Chiese dell’Est, celebra e vive durante il mese di settembre: il primo settembre, infatti, è il capodanno nell’anno ecclesiastico bizantino. Era il capodanno nell’anno civile dell’Impero d’Oriente, dai tempi di Costantino, quello che si chiamava l’indizione. Si faceva appunto cominciare l’anno il primo di settembre e questo inizio al primo di settembre è rimasto nella tradizione bizantina proprio come inizio del nuovo anno.

    E non è semplicemente una ricorrenza cronologica, una ricorrenza di calendario ma assume –e questo è un aspetto importante che forse il primo di gennaio nella Chiesa d’Occidente non ha con questa profondità- il significato di un giorno nel quale ci si domanda cosa sia il tempo, cosa sia lo scorrere del tempo, cosa sia l’anno nuovo che inizia, cosa sia il ritornare del ciclo dell’anno. E tutto questo, naturalmente, trovando delle risposte che sono pane sostanzioso, che sono possibilità di cammino nelle circostanze che noi viviamo.

    Resurrezione

    Ecco, ricordo, che c’è un’ulteriore ricorrenza che accompagna il primo di settembre, risalente ad alcuni decenni fa: fu nominato infatti dal patriarca di Costantinopoli “giorno per la salvaguardia del Creato”, una commemorazione alla quale recentemente si è unita anche la Chiesa Cattolica per impulso di Papa Francesco.  Ma qui vogliamo guardare il tema più tradizionale, il tema più antico, che il primo di settembre porta con sé.

    Allora partiamo per questo nostro breve viaggio proprio guidati e sostenuti dai testi della Liturgia Bizantina, sia i testi delle ore canoniche, quindi Vesperi, Lodi, Mattutino, e  anche i testi della Divina Liturgia, cioè quelli che chiameremmo i testi della Messa.

    Mi sembra importante lasciarci guidare da questi testi perché condensano in sé la sapienza dei secoli, condensano in sé anche la storia di generazioni e generazioni di cristiani che li hanno composti, li hanno pregati, li hanno trasmessi, nelle circostanze storiche più diverse e di questo noi vediamo l’eco nei testi che leggeremo tra poco.

    E questo mi fa venire subito una prima domanda, come una prima verifica che tutti ci diamo: ecco, noi possiamo davvero dire di riconoscere come la chiave per leggere il tempo in cui siamo immersi, il tempo nel quale viviamo, lavoriamo, viviamo la nostra vita di famiglia, come un tempo che viene illuminato dalla Liturgia della Chiesa, dalla Parola di Dio, ma soprattutto dai testi che la Chiesa ci offre ogni giorno nella Messa e nella Liturgia delle Ore?

    Non è un’osservazione banale o pietistica o che vuole in qualche modo togliere dalla realtà concreta, perché tutti noi stiamo sperimentando quest’oggi e in questi giorni, come da tanto tempo non sperimentavamo, una grande paura del tempo che passa, una paura del tempo che arriva, di quello che ci aspetta; forse nessuna ripresa dopo le vacanze negli ultimi decenni è stata segnata da una così grande paura, da una così grande ansia. Ecco: la Liturgia, la Chiesa, i testi della preghiera non sono fatti per sfuggire a queste domande ma piuttosto per farci capire come esista un modo di stare davanti alle sfide quotidiane e anche a quelle straordinarie – come quelle del tempo che viviamo –  con uno sguardo nuovo, con una attenzione nuova.

     

    Tre dimensioni fondamentali

    Allora cominciamo con il primo testo che è uno degli stichirà (delle antifone, diremmo così) del Vespero; quindi si canta normalmente la sera del 31 di agosto perché secondo il modo di contare il tempo della Chiesa Bizantina, quello è già l’inizio del giorno successivo.

    Dice così: “Appresa la preghiera dal divino insegnamento a noi impartito da Cristo stesso –cioè l’insegnamento del Padre Nostro, avendo imparato a pregare quando Cristo ci ha insegnato il Padre Nostro- noi crediamo ogni giorno al Creatore. Padre Nostro che dimori nei cieli, donaci il pane quotidiano, senza far conto delle nostre colpe”. E’ bellissimo questo Tropario perché fa iniziare l’anno con una primissima e fondamentale chiave di lettura: iniziamo l’anno in un dialogo con il Padre, anzi, iniziamo l’anno con un grido al Padre, che riconosciamo come Colui che scandisce le nostre giornate con il dono del pane quotidiano. E gli chiediamo che, conformemente a quanto ci ha insegnato Cristo, questo pane quotidiano ci sia donato senza far conto delle nostre colpe. E’interessante questa annotazione, perché nel Padre Nostro noi diciamo “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, cioè noi non chiediamo a Dio che ci renda impeccabili, non chiediamo a Dio che perdoni i nostri peccati, senza chiedere nulla in cambio, o meglio senza che da parte nostra ci sia una collaborazione a questo. E la nostra collaborazione però non è il nostro sforzo di eliminare i nostri peccati, ma la nostra collaborazione è quella di rimettere i debiti a quelli che ne hanno con noi.

    E’ molto importante questa affermazione perché ci fa capire che si entra nell’anno nuovo ricordandoci tre dimensioni fondamentali. Prima dimensione: noi abbiamo bisogno di un Padre, che ci continui a generare, perché possiamo stare dentro il tempo; la seconda dimensione è che a questo Padre noi chiediamo, perché senza il pane che ci dona lui noi non sappiamo camminare; terza dimensione, il rapporto con i nostri fratelli non può essere segnato solo dal peccato – quello che ci viene fatto, quello che normalmente ci pesa di più, ma nemmeno quello che facciamo noi – ma è segnato dal fatto incredibile che il Padre, proprio perché ci perdona i nostri peccati, ci rende capaci di perdonarli a quelli che hanno peccato contro di noi.

    Questa è la prima antifona dell’anno liturgico nel rito bizantino e quindi dice, come vediamo già, una prospettiva che ci aiuta a vincere la paura, perché fin da subito ribadisce che noi stiamo nel tempo grazie a una paternità. Ma subito dopo ecco che arriva l’irruzione della storia con tutte le sue inquietudini ,con tutte le sue paure, con tutte le sue domande. E dice: “Come un tempo furono giustamente dispersi nel deserto i cadaveri degli ebrei che si erano ribellati a Te, o sovrano dell’universo –cioè è la ribellione che avviene nel deserto, dopo la quale c’è una peste, c’è una malattia che li colpisce- così anche ora disperdi, o Cristo, le ossa degli gli agareni empi e infedeli”. Chi sono gli agareni, gli infedeli? Sono i figli di Agar. I figli di Agar, nella Bibbia, sono Ismaele e i suoi discendenti e nella storia questa è la discendenza parallela di Abramo; da un lato abbiamo appunto il figlio Isacco, da cui discende il popolo di Israele, dall’altra abbiamo Ismaele, il figlio della schiava di Abramo, da cui discende il popolo degli arabi; naturalmente quando la Storia Sacra ci racconta questo, nel 1800 avanti Cristo, non esisteva ancora l’islam, assolutamente, ma si vuole sottolineare così un dato storico: quello di una parentela che diventa però rivalità tra i popoli di stirpe ebraica e i popoli delle stirpi arabe, che sappiamo esistevano ben prima dell’arrivo di Maometto.

    Il ricordo degli agareni, cioè dei figli di Agar, dentro il Vespero, ricorda un fatto storico molto importante: il fatto che la città di Costaninopoli, la città che prima dell’evangelizzazione della Rus, era la capitale più grande del mondo bizantino, viveva dal VII-VIII secolo dopo Cristo una situazione che portava alla riduzione sempre maggiore e progressiva dell’impero bizantino, a causa dell’espansione del mondo islamico, fino ad arrivare ad avere la città di Costantinopoli sempre più da vicino circondata e assediata dal nemico. Ed ecco che questa antifona che abbiamo letto ci fa ricordare come il modo che la città di Costantinopoli aveva di celebrare l’inizio dell’anno era il modo di celebrare parlando di questa fiducia nel Padre, di questa figliolanza che si concepiva nei confronti del Padre, dentro una situazione storicamente drammatica, una situazione di pericolo, una situazione in cui il pericolo più grande era quello che con l’invasione venisse emanato l’obbligo di abbandonare la fede cristiana.

    "Oggi si è adempiuta la parola che avete udita"

    Ma anche in una situazione storicamente faticosa, storicamente fragile dal punto di vista politico e indipendente, ecco che viene una parola nuova. Che cosa segna potentemente l’inizio dell’anno? E’ un brano del Vangelo che sarà poi letto nella messa del primo di settembre, un brano che conosciamo molto bene. E’ un brano del Vangelo di Luca, il capitolo IV dal versetto 16 al versetto 22.

    Lo leggiamo perché è un testo assolutamente fondamentale: “Gesù si recò a Nazareth dove era stato allevato ed entrò, secondo il suo solito di sabato, nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Apertolo trovò il passo dove era scritto: “lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare  ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.

    Capiamo subito la forza di questo brano del Vangelo letto il primo giorno dell’anno. Questo è il brano con cui, nel Vangelo di Luca, Gesù inaugura la sua predicazione, la sua evangelizzazione, il suo annuncio; e lo inaugura parlando della proclamazione di un anno di grazia del Signore, di un anno gradito al Signore, di un anno pieno dei doni del Signore. Che anno è questo? Nella profezia del profeta Isaia che qui Gesù sta citando, era l’anno del giubileo, l’anno giubilare: ogni 50 anni, 49 anni, ogni 7 settimane di anni, che cosa prescriveva la Torah, la legge di Israele? Che ci fosse un anno nel quale, potremmo dire così, si ricominciava da capo, cioè si condonavano tutti i debiti, ogni israelita rientrava in possesso della terra che era stata assegnata alla sua famiglia dopo l’esodo. Chi l’avesse venduta o l’avesse data ad altri la riceveva ancora indietro, chi era diventato schiavo per debiti, riceveva la liberazione; diciamo che, idealmente, il giubileo voleva rimettere ciascuno nella posizione di dire il suo sì alla vocazione alla quale il Signore lo aveva chiamato, come appunto l’inizio del popolo di Israele nella terra promessa.

    Una idea formidabile, un’idea profetica grandissima, che l’Israele storico non sappiamo se ha mai vissuto, proprio perché questa volontà di Dio chiedeva, per potersi manifestare, una adesione , un cuore grande da parte degli uomini, disposti a riconsegnare nelle mani di Dio tutta la loro vita, tutta la loro storia, tutti i loro beni, la loro terra. Ma sicuramente il fatto che Gesù inizi il suo ministero richiamando quest’anno di grazia del Signore, ecco che dice proprio questo: Gesù viene perché ogni uomo, quale che sia la sua situazione, venga rimesso nella condizione di poter dire il suo sì al Padre che l’ha creato, di poter riconoscere di essere figlio. E che questo venga riletto dalla Chiesa d’Oriente a ogni inizio d’anno ci vuole far capire che quello che dice Gesù dopo aver letto il rotolo di Isaia: “oggi si è adempiuta la scrittura che voi avete udita”, è qualcosa che accade anche adesso, che accade ogni anno. L’inizio dell’anno non è marcato dal rimpianto per il tempo passato, non è marcato dalla paura di un tempo che sfugge, non è adombrato dal timore che ogni anno che passa ci avviciniamo alla nostra morte; al contrario, l’anno si apre nel segno di questa profonda e totale fiducia in quel Dio che ci ha creati e che si rende presente, anno dopo anno, assicurando una presenza che salva, una presenza che guarisce, una presenza che rianima. “Mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi”. Ecco quello che viene a fare Gesù.

    Metterci in una prospettiva nuova

    Ricordare questo all’inizio dell’anno significa esattamente rimetterci dentro il tempo che scorre con una prospettiva nuova. E infatti questo viene richiamato dai testi della liturgia che proseguono sempre su questa falsariga e quello che viene continuamente detto, quello che viene continuamente ripetuto, è il  versetto 12 del salmo 64, che dice così: “Tu o Signore benedici la corona dell’anno” oppure secondo la traduzione italiana della Bibbia, “coroni l’anno con i tuoi benefici” e un Tropario dice proprio questo, rivolgendosi a Cristo: “Tu, congiunto al Santo Spirito, unito allo Spirito Santo, tu che sei il Verbo senza principio e sei il figlio del Padre, con Lui creatore e artefice di tutte le cose visibili e invisibili, benedici la  corona dell’anno, custodendo nella pace i popoli della retta fede, per l’intercessione della Madre di Dio e di tutti i santi”.

    Cosa dice in più questo Tropario? Ci ricorda proprio che l’inizio dell’anno è l’occasione propizia per riflettere su che cosa sia l’opera della creazione. L’opera della creazione non è mai nella Bibbia semplicemente la cosa che accade all’inizio, ma la creazione è qualcosa che accade continuamente. La Trinità crea e mantiene nell’essere tutto il mondo. Questo non è soltanto l’annuncio o la promessa di una possibilità di qualcuno che ripara i  nostri errori ma è ben altro, perché è come l’invito a vivere ogni istante, ogni secondo della nostra vita, come un kairos, cioè come un’occasione preziosa di cogliere un dono che c’è dentro il tempo e che tanto ci fa bene, perché ci aiuta a vincere quell’altra concezione, frutto diretto del peccato originale, che vede il tempo come una sorta di materia che  cerchiamo di padroneggiare in base alle nostre forze, in base al nostro progetto, in base alla volontà di affermare una nostra concezione della vita nostra, degli altri, della realtà in cui viviamo. Al contrario, questo invito a guardare tutta la Trinità continuamente in azione per mantenere il mondo nell’essere, quindi per mantenere anche me nell’essere, mi fa vedere ogni momento, ogni mio respiro come un luogo di gratitudine e di riconoscimento. Di riconoscimento proprio del mio essere continuamente fatto.

    Questo è il principio, come dice il Tropario che abbiamo appena letto, di ogni pace, questo è il principio che permette di essere custoditi nella pace, anche  quando le circostanze del tempo sono piene di incertezza e di fatica.

    Custoditi nella pace

    E questo viene sottolineato dalla seconda lettura che i Vesperi sempre del 31 di agosto, l’inizio del primo di settembre, comportano. Sono tre letture. La prima è la lettura di Isaia che Gesù stesso cita nel Vangelo che abbiamo ascoltato e per il momento la lasciamo da parte.

    La seconda lettura che viene letta durante i Vesperi è un passo del libro del Levitico. Il Levitico è uno dei primi libri della Bibbia, nel Pentateuco ed è il libro che raccoglie soprattutto le leggi e le prescrizioni per il culto di Dio. Ma dentro questo contenuto ci sono anche delle parti narrative, dove si racconta proprio di come Dio nel deserto costruisce la sua alleanza con il popolo di Israele.

    E sentite che cosa dice il Signore ai figli di Israele in questo brano (è il capitolo 26 del libro del Levitico): “se camminerete secondo i miei precetti e camminerete secondo le mie leggi e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, io darò la pioggia a suo tempo, la terra darà i suoi prodotti, gli alberi dei campi daranno i loro frutti. Il tempo della trebbiatura si congiungerà per voi a quello della vendemmia e quello della vendemmia a quello della semina. Mangerete a sazietà il vostro pane, abiterete con sicurezza nella vostra terra e non ci sarà chi vi spaventi. Distruggerò le belve dalla vostra terra, la guerra non attraverserà la vostra terra, i vostri nemici cadranno davanti a voi. Io volgerò il mio sguardo su di voi e vi benedirò, vi farò crescere, vi moltiplicherò, stabilirò con voi il mio patto; camminerò tra voi e sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Ma se non mi ascolterete, non metterete in pratica questi  miei precetti, vi ribellerete ad essi e la vostra anima prenderà in orrore i  miei giudizi, così da non mettere in pratica tutti i miei comandamenti, io a mia volta farò con voi così. Seminerete invano i vostri semi e i vostri avversari mangeranno le vostre fatiche. Spezzerò l’alterigia della vostra superbia, renderò per voi il cielo come ferro e la terra come bronzo”. Questa profezia, questo brano del libro del Levitico mi sembra di una qualità sconcertante perché, se è vero che qui tutto è collegato a un ambiente agricolo, in particolare, questa descrizione della descrizione dell’anno in cui la trebbiatura si congiunge col tempo della vendemmia, la vendemmia con la semina, cioè tutto l’anno scandito da una operosità, da un lavoro dei campi che però è pieno di frutti, quindi è pieno di speranze, è pieno di fiducia: ecco, questa rappresentazione che ci può sembrare così lontana, dice però una cosa importantissima, dice che è proprio Dio che conosce i tempi e i modi del vivere nella terra. Perché la terra, secondo la Bibbia, è il dono che Dio ha fatto agli uomini per poter vivere dentro la terra e il suo rapporto con loro. Nel momento in cui non riconosciamo questa realtà, non riconosciamo più questo dono, non riconosciamo più il significato della terra, ecco che allora viene stravolto tutto. Ne vengono stravolti i ritmi, ne viene stravolta la consistenza, viene stravolta la normalità del susseguirsi delle stagioni.

    Spero che siano tanti tra di voi quelli che si ricordano la riflessione che papa Francesco il 27 di marzo di quest’anno fece davanti a una piazza san Pietro vuota, nel giorno più pesante della pandemia, quando ricordò come “avevamo sperato di essere sani in un mondo malato”, ma un mondo malato perché l’avevamo ammalato noi, perché l’abbiamo misconosciuto, gli abbiamo tolto la sua verità. Non solo ci siamo fatti padroni del tempo, ma ci siamo fatti padroni del mondo, senza più riconoscere questa origine, questa dipendenza che sta alla base.

    Vedere il tempo nella prospettiva dell'eternità

    Ed ecco allora che il primo giorno dell’anno nel rito bizantino aiuta anche a ritrovare questa dimensione.

    Naturalmente questo non significa puntare unicamente su un benessere materiale, quasi appunto che la fede o l’obbedienza al Signore diventino una specie di assicurazione sulla vita che ci protegge da tutti gli infortuni e gli imprevisti. Chiaramente stare nella realtà con la coscienza di essere posti nella realtà dalla chiamata di Dio, dalla vocazione che lui ci manda, e quindi anche dal destino che Egli ci consegna, ci aiuta a vedere il tempo che passa nella prospettiva del nostro cammino verso l’eternità. Quindi l’anno che inizia ci ricorda anche una verità che per noi è diventata solo scomoda e spaventosa: e cioè la verità che la nostra vita inizia su questa terra, e tuttavia è destinata a non concludersi ma a trapassare in una vita eterna.

    E questo viene ricordato dalla Liturgia bizantina proprio in questo giorno, con la terza lettura dei Vesperi che è la lettura del libro della Sapienza che probabilmente conosciamo anche noi, perché è una lettura che viene molto spesso utilizzata durante le esequie, durante i funerali. E dice così: “Il giusto, quando anche giunga a morire, sarà nel riposo; vecchiaia venerabile non è quella di un lungo tempo di vita, né si  misura col numero degli anni; ma la prudenza equivale per gli uomini ai capelli bianchi e l’età avanzata è una vita senza macchia. Divenuto gradito a Dio è stato da lui amato e poiché viveva tra peccatori è stato trasferito, è stato rapito perché la malizia non alterasse la sua intelligenza e l’inganno non sviasse la sua anima, poiché il cattivo fascino del male oscura il bene e l’agitarsi dei desideri incontrollati guasta la mente innocente. Reso in breve tempo perfetto ha portato a termine un lungo corso; la sua anima era infatti gradita al Signore per questo lo ha tolto di mezzo dalla malvagità. I popoli vedono ma non comprendono, non pongono mente a questo fatto: che grazia e misericordia sono come i suoi santi, che Dio visita i suoi eletti”.

    Questo brano del libro della Sapienza, l’ultimo libro in ordine cronologico dell’Antico Testamento, che già ha profondamente in sé l’idea della Resurrezione, ci trova purtroppo molto spesso esattamente nella condizione di quelli che “vedono e non comprendono”, perché appunto, noi stessi conosciamo per esperienza diretta quanto sia difficile lasciarci liberare dalla paura della morte. E allora per questo, questo brano viene riproposto proprio per ricordarci una verità da tanto tempo dimenticata e disattesa, che la morte non è la fine di tutto, non è la “nera signora” che fa paura, ma, secondo la Bibbia, la morte, – e questo lo afferma molto chiaramente san Paolo, seguito poi dai Padri della Chiesa – è anche la fine del tempo nel quale il male, il peccato, la tentazione, possono scatenarsi contro di noi. Non l’abbiamo forse mai considerato questo aspetto, ma è un aspetto essenziale, perché ci rendiamo conto che vedere la vita di questo mondo come se esistesse solo lei, come se non ci fosse una prospettiva oltre, da un lato non ci aiuta a vivere meglio la vita di questo mondo – perché ci fa vivere attanagliati dalla paura che finisca troppo presto, che comunque è sempre troppo presto quando finisce – e dall’altra parte non ci permette di riconoscere che in questo tempo che ci è dato nella vita terrena, veramente siamo continuamente in balia del rischio di cedere al male, di cedere al peccato, di rinnegare il Signore e, dunque, la vita terrena (questo ben lo sapevano i santi) ha un aspetto continuo di lotta che fa desiderare il riposo, che fa desiderare la fine della lotta per poter finalmente riconoscere e gustare tutto il bene, tutto il bello, tutto il buono per cui siamo creati.

    Sembra quasi assurdo oggi presentare così la dialettica, la contrapposizione, il rapporto tra la vita e la morte, eppure questo ci consegnano la tradizione della Chiesa, la tradizione liturgica e la tradizione teologica e, forse, proprio l’inizio di un tempo nuovo, di un anno sociale, di un anno civile, con la ripresa del lavoro dopo le ferie, come quello che stiamo vivendo, sarà vivibile, sopportabile, anzi persino potrà affrontarlo con animo, con coraggio, con la curiosità di vedere che cosa si può fare, non chi è attanagliato dalla paura ma chi è certo che quello che qui si opera, quello che qui si testimonia, il bene che qui si riesce a portare, serve come possibilità di riconoscimento della smisurata quantità di bene verso la quale siamo in cammino. Se una volta si diceva: “se vuoi fare il bene a una persona non darle un pesce ma insegnale a pescare” potremmo parafrasare questo detto della sapienza popolare in questo modo: “se vuoi aiutare un amico, un fratello a vivere bene, aiutalo a ricordarsi che deve morire” ma, appunto, con quella concezione e visione della morte che permetteva a san Francesco di chiamarla “sorella nostra morte corporale” e che diventa semplicemente un passaggio.

    Ma proviamo a fare ancora un passo avanti e proprio perché c’è questo slancio verso il futuro, questo slancio verso l’eternità, ecco che la preghiera della Chiesa ci fa tornare sulla richiesta di ciò che ci è necessario ora. Sentite come è bello questo Tropario che viene pregato sempre durante i Vesperi.

    Dice: “Tu, o re, che sei e rimani per i secoli senza fine, ricevi la preghiera dei peccatori che chiedono salvezza e concedi, o amico degli uomini, fertilità alla tua terra, donando climi temperati. Combatti insieme al nostro fedelissimo re contro i barbari e gli atei, come facesti un tempo con Davide, poiché sono venuti nelle tue dimore e hanno contaminato il luogo santissimo, o Salvatore, ma tu dona vittoria, o Cristo Dio, per l’intercessione della Madre di Dio, perché tu sei vittoria e vanto di chi ha una retta fede”.

    Ecco questo Tropario ci porta nel tempo successivo alla conquista di Costantinopoli, perché dice appunto “hanno contaminato il luogo santissimo”, eppure non si smette di chiedere, di domandare la salvezza, fertilità alla terra, climi temperati, anche quando questi terreni, anche quando il clima è abitato non solo dai fedeli ma anche dai nemici.  E’ un inizio, ma è l’inizio di uno sguardo nuovo perché mentre si chiede la vittoria, nello stesso tempo si chiede innanzitutto la salvezza dei peccatori e questo apre a uno sguardo capace di abbracciare perfino i propri nemici. E ancora dice: “Tu che dai stagioni fruttifere e piogge dal cielo agli abitanti della terra, accogliendo anche ora le preghiere dei tuoi servi, libera da ogni angustia la tua città, perché le tue compassioni sono per tutte le tue opere, benedicendo dunque l’entrare e l’uscire, dirigi per noi le opere delle nostre mani e donaci, o Dio, la remissione delle colpe. Tu infatti nella tua potenza hai tratto dal nulla all’essere tutte le cose”.

    Ecco il punto di arrivo del Vespero: è la prima antifona del Mattutino, appunto, che segue subito la conclusione del Vespero, e ricorda proprio che non possiamo rivolgere la nostra preghiera a Dio chiedendogli un tempo buono, un tempo abitato da un clima mite, dei frutti della terra, da quello che serve per vivere, se non riconosciamo due fatti: il primo, che abbiamo bisogno della remissione delle colpe e, il secondo, che Dio ha tratto dal nulla all’essere tutte le cose, tutte. Non soltanto quelle che ci vanno bene, non soltanto quelli con cui siamo in pace. Ecco che allora diremmo così: il modo giusto di fruire del tempo e di fruire dello spazio, di stare dentro il creato e di vivere nello scorrere del tempo, è quello che ci permette di acquisire lo sguardo stesso di Dio, lo sguardo di Dio che è uno sguardo di totalità, che non dimentica nessuno di coloro che ha creato e lo sguardo di Dio che è sempre uno sguardo di compassione, uno sguardo di misericordia. E proprio questo, questa domanda di uno sguardo che è come quello di Cristo, come quello della Sua compassione, permette di continuare questa preghiera; ma fermiamoci un attimo e cominciamo a farci una domanda che diventa decisiva per l’ultima parte del nostro incontro: “Come sono abituato a stare nel tempo? Che cosa domando a riguardo del tempo che vivo? Che rapporto ho con il Signore in questo aspetto così decisivo per la mia vita?

    Il cristiano e la società civile in cui vive

    Passiamo ora ai testi della Divina Liturgia, della Messa del primo di settembre. Viene letto quel passo del capitolo IV di Luca in cui appunto Gesù inizia il suo  ministero ma prima di quel brano di Vangelo, in quella stessa Messa viene letta un’altra pagina della scrittura (nel rito bizantino, non c’è una prima e una seconda lettura e poi il vangelo ma c’è un’epistola, c’è sempre un brano tratto dalle lettere di Paolo, che permette di cogliere e approfondire il senso della giornata, il senso della festa) e il primo giorno dell’anno, il brano che viene letto è un brano della I lettera a Timoteo, il capitolo 2, i versetti dall’1 al 7. Lo leggiamo questo brano, un brano molto noto, ma che collocato in questa apertura d’anno acquista un significato ancora più interessante. Al suo discepolo Timoteo scrive Paolo: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza Egli l’ha data nei tempi stabiliti e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo, dico la verità, non mentisco, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.

    Questo densissimo brano della lettera a Timoteo ci porta direttamente in un’epoca, quando viene composto, in cui iniziava a essere conosciuta da parte dei cristiani anche la persecuzione. Non siamo ancora alle grandi persecuzioni del II e III secolo, ma siamo molto vicini al momento del martirio di Pietro e di Paolo. La cosa interessante è proprio questa, che anche in un contesto di difficoltà e di ostilità, la domanda che Paolo rivolge a Timoteo, la raccomandazione, l’esortazione, dice che prima di tutto si facciano “domande, suppliche, preghiere, ringraziamenti per tutti gli uomini”, quindi mai una preghiera che volontariamente escluda qualcuno, non esiste una preghiera che si fa contro, o tagliando fuori qualcuno, e specifica “per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità”.

    Qui potremmo dire che abbiamo riassunto il tre righe quello che diventa il modo ideale di concepire il rapporto tra il cristiano e la società civile in cui vive, perché innanzitutto abbiamo questo dato: abbiamo la raccomandazione da parte di Paolo che si facciano “domande, suppliche, preghiere, ringraziamenti, per i re  e per tutti quelli che stanno al potere”. Cosa vuol dire pregare per i re, per quelli che stanno al potere? I Padri della Chiesa commenteranno questa preghiera sottolineando una cosa: che chi ha un potere da esercitare, è sottoposto a una quantità di tentazioni molto superiore a chi non  ha un potere da esercitare. La tentazione del potere, del proprio tornaconto, il gusto del “potere per il potere” ci dice che proprio perché questi sono in una situazione di maggiore difficoltà, di maggiore pericolo, di maggiore tentazione, ci viene chiesto di pregare sempre per loro. Ma nello stesso tempo, dice, si “facciano anche ringraziamenti per tutti gli uomini”, quindi si chiede anche di essere capaci di riconoscere il bene che ci viene dal vivere in una situazione dove c’è comunque un governo, un ordine, perché infatti “possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità”. E’ interessante, perché quando si parla di questa vita calma e tranquilla, si intende una vita che sia posta nella condizione di dedicare il tempo giusto alla riflessione e alla preghiera; i termini che vengono usati, in greco sono due termini che richiamano proprio questo aspetto: quindi vita calma e tranquilla, non per dormire sempre, ma una vita calma e tranquilla perché l’anima, perché la mente possano dedicarsi a quei pensieri e a quella contemplazione, quella preghiera, quel desiderio, quel riconoscimento delle domande fondamentali che appunto rendono gli uomini tali. E questo aspetto mi sembra che sia ancora particolarmente interessante da richiamare all’inizio dell’anno nuovo, perché quante volte nelle nostre preghiere o nella rappresentazione che ci facciamo della nostra vita ideale, abbiamo messo dentro anche il tempo necessario e la tranquillità necessaria per poter guardare oltre, per poter alzare gli occhi del corpo ma anche della mente e del cuore, per potere riguardare, ricontemplare il nostro fine, il nostro destino, cioè per dare voce a quelle che sono le domande fondamentali che il senso religioso dell’uomo non può sopprimere? Ecco, è interessante perché la vita calma e tranquilla è collegata a due condizioni: la pietà e la dignità. Come dire che solo l’uomo che è capace di pensare alla sua origine, al suo fine, è capace di guardarsi come una creatura e di riporsi le domande fondamentali: solo quest’uomo , animato dalla pietà, cioè dal riconoscimento del suo essere da Dio, può vivere con piena dignità. Non c’è dignità piena dell’uomo senza la libertà religiosa, non c’è dignità piena dell’uomo senza il riconoscimento del suo essere creatura; se la mia dignità non la riconosco come qualcosa che  mi viene donato, non da un altro uomo,ma appunto da qualcuno che è oltre la sfera puramente umana, allora la mia dignità resterà soltanto qualcosa che è legato al riconoscimento di tutti gli altri. La dignità della persona diventa una realtà politica che le maggioranze mutevoli, che le opinioni mutevoli degli uomini possono cambiare. Mentre l’unico fondamento della dignità della persona che non viene mai meno e non cambia mai, è esattamente il fondamento divino, il fondamento  metafisico. Solo se riconosciamo che nell’uomo c’è qualcosa, un di più che gli è dato direttamente da Dio, allora noi riconosciamo che c’è un rispetto da dovere e quindi, appunto, un riconoscimento di dignità; altrimenti i diritti e il riconoscimento della dignità di ogni uomo che nasce sarà subordinato alle condizioni di quel momento, sarà subordinato alle circostanze della sua nascita, alla lingua che parla, al censo della famiglia che lo ha generato, alla considerazione o meno della sua uguaglianza rispetto ad altri. Sono tutti fenomeni che stiamo continuamente sperimentando e continuamente vedendo perché una delle questioni più preoccupanti di questi anni è esattamente l’offuscarsi della concezione della pari dignità di tutti gli esseri umani.

    E questa preghiera che viene fatta da Paolo poi continua svelandoci qual è il piano di Dio, qual è la volontà di Dio. Quante volte questo termine – la volontà di Dio – ci ha fatto paura. Ma Paolo è chiarissimo: “questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio nostro salvatore, il quale vuole – ecco la volontà di Dio – che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità”. E qual è questa verità? Che “uno solo è Dio e uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini”, colui che ci rende possibile conoscere Dio così come è e non rimanere prigionieri delle nostre rappresentazioni. E’ l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Ecco a cosa serve una domanda fatta all’inizio dell’anno, di una vita quieta e tranquilla: serve per poter riconoscere chi è Dio e come siamo noi in rapporto a Lui ma serve anche per riconoscere e acquisire la volontà di Dio: che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.

    Questo è il compito che ci viene affidato: quello di compiere la volontà di Dio, quello di metterla in pratica, quello che, potremmo dire inizia con il desiderio da parte nostra di aderire a questa volontà di Dio, cioè di farla diventare la nostra volontà, il nostro orizzonte, il nostro giudizio, il nostro modo di pensare. Ecco dunque quale ricchezza ci svela una giornata come il primo settembre, così come ce la presenta la Chiesa d’Oriente e chiediamo alla fine l’intercessione di Maria, con questo theotokion, cioè un’antifona mariana, che si trova sempre nell’ufficiatura bizantina del primo di settembre: “Tu che sei l’artefice, l’ordinatore di tutto il creato e hai posto nel tuo potere i tempi e i  momenti, corona il ciclo dell’anno, Tu che sei pieno di compassione, con le benedizioni della Tua benevolenza, custodendo il tuo popolo nella pace, incolume e illeso. Ti supplichiamo, per l’intercessione di Colei che ti ha partorito e degli angeli divini”.

    Alla Vergine, che è Colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore, cioè nella Sua volontà, chiediamo di guidarci a entrare anche noi nella volontà del Padre, così come ci viene con questa ricchezza insegnata e dischiusa dalla sapienza della Chiesa.

     

    (testo tratto dagli appunti della registrazione e non rivisto dall’Autore)

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    Esaltazione della Santa Croce

    Esaltazione della Santa Croce

    14 Settembre – Esaltazione e Venerazione
    della Santa Croce

    La festa della Esaltazione della Santa Croce (una delle dodici “grandi feste” dell’anno liturgico bizantino) ci ripropone la vera vittoria cristiana, il trionfo di ciò che è vero cioè eterno ed immutabile, ciò che per chiunque, in qualunque condizione si trovi è certezza di salvezza e liberazione nell’immedesimazione col sacrificio di Gesù.
    Nel calendario liturgico bizantino sono presenti diverse feste di solennità della Santa Croce; la terza Domenica di quaresima viene detta appunto ” Domenica dell’adorazione della croce”: da questa domenica per tutta la settimana che segue la croce è offerta all’adorazione dei fedeli come conforto per i fedeli che compiono il digiuno quaresimale.
    Anche il primo agosto, in ricordo del “trasposrto della venerabile legno della Santa Croce” che avveniva a Costantinopoli dal palazzo imperiale alla Chiesa di Santa Sofia.
    Inoltre, duratnte tutto l’anno , il mercoledi e il venerdi sono giorni in cui si fa memoria della croce, col canto di tropari, stichirà e canoni dedicati alla memoria del sacrificio di Gesù.
    Ma certamente il 14 Settembre è da ritenersi la più solenne delle feste della Croce.
    Un tratto caratteristico delle origini della spiritualità orientale in merito a queste feste è costituito dalla tonalità di trionfo, di vittoria che le caratteriza e che viene espressa nei vari inni e anche nell’iconorafia tradizionale: Cristo in Croce è un trionfatore, spesso coronato di una corona imperiale anzichè di spine, e con i piedi quasi appoggiati  su un piccolo sostegno…la croce appare così come un piedestallo, salutata con espressioni di trionfo e fierezza.

     

    La festa dell’Esaltazione della Santa croce…era nata come la festa dell’impero cristiano, nata sotto il segno della croce il giorno in cui l’imperatore Costantino la vide in visione e udì le parole “in hoc signo vinces”…

    Resurrezione

    …ma venerare la Crioce, innalzarla, cantare la sua vittoria significa prima di tutto che la fede cristiana è la fede nel Crocifisso, che la croce è il segno di una sconfitta che, accettata come sconfitta, diventa preludio di vittoria e trionfo…il mistero del cristianesimo e il pegno della sua vittoria sono nella lieta certezza che in Gesù, ripudiato e condannato, rifulge nel mondo l’amore divino, si rivela un Regno su cui il mondo non ha nessun potere. Ciascuno di noi è invitato ad accogliere questa verità con tutto il cuore, con tutto l’amore, con tutta la speranza, altrimenti non senso nessuna vittoria esteriore, nessuna “civiltà cristiana”….viceversa, quale che sia l’oscurità in cui è avvolto l’uomo, per quanto il male trionfi nel mondo, il cuore sa, il cuore ode le parole “abbiate coraggio: Io ho vinto il mondo”; il cuore sa, il cuore ode e vive unicamente di questa segreta vittoria, sempre vittoriosa.

    (A. Schemann, “i passi della fede”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    “Salve, Croce vivifica, Trofeo invincibile della pietà, porta del paradiso, fondamento dei fedeli, bastione della chiesa! Da Te la corruzione fu abolita ed annientata, il potere della morte calpestato e noi siano stati esaltati dalla terra al cielo; arma invincibile, avversario dei demoni, gloria dei martiri, autentico ornamento dei giusti, porto di salvezza che offre al mondo copiosa misericordia”

    “Salve, guida dei ciechi, medico degli infermi, risurrezione dei morti, Tu che sollevi noi, caduti nella corruzione, Croce veneranda! Per la quale è stata abolita la maledizione, è rifioritoal’incorruttibilità, noi figli della terra siamo stati divinizzati ed il diavolo e stato definitivamette rovesciato.
    Oggi, vedendoti sollevata in alto dalle rnani dei vescovi, esaltiamo Colui che su di Te fu esaltato e ti adoriamo attingendo copiosamente alla grande misericordia”

    (dai Vespri della festa dell’Esaltazione)

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    L’inizio dell’anno liturgico e le sue feste

    L’inizio dell’anno liturgico e le sue feste

    L’anno liturgico e le sue feste

    Da tempi antichissimi l’anno liturgico bizantino inizia in settembre; un tempo, il primo di settembre era anche l’inizio dell’anno ufficiale civile, forse per un collegamento alla tradizione ebraica che fissava il capodanno in un periodo compreso tra settembre e ottobre.
    Come detto in un’altra sezione di questo capitolo, questo periodo corrisponde al tempo liturgico dell’Oktoichos (che si prolunga fino, indicativamente, alla fine di gennaio) e la Lirurgia domenicale segue il ciclo degli 8 toni, i cui tropari e kondak ripropongono il tema pasquale.
    Forse vale la pena riflettere sul signiificato dell’anno liturgico che nei secoli ha dato senso e santificato la vita di milioni di uomini…riflettere per cercare di comprendere questo stupefacente organico tessuto di feste che conferisce a ogni stagione dell’anno una particolare sfumatura, una particolare profondità: la luce del Natale, la luminosa mestizia della Quaresima, da cui sotteranemente, inavvertitamente scaturisce la gioia della Pasqua, le feste dll’Ascensione della Pentecoste, colme del sole dell’estate, la profonditù densa di presentimento autunnale della Trasfigurazione e della Dormizione…una cosa è chiara: l’uomo non può vivere senza feste, senza festeggiare…(nella loro vera essenza) gli sforzi e la stanchezza del lavoro non vengono semplicemente coronati dal successo materiale ma si trasfigurano in una forma di libertà, di gioia, di pienezza di vita…così la festa, nella sua primigenia profondità,:è una forma di liberazione della vita dal potere della legge, delle necessità irrevocabile.
    (A. Schemann, “i passi della fede”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    Le “grandi feste” dell’anno liturgico che vengono comunemente celebrate sono 12, a cui si aggiunge la “feste delle feste”, la Pasqua.

    Le 9 feste a data fissa sono:

    • 8 settembre: natività della SS. Madre di Dio e sempre Vergine Maria
    • 14 settembre: esaltazione della Santa Croce
    • 21 novembre: presentazione al Tempio della Madre di Dio
    • 25 dicembre:Natività nella carne del nostro grande salvatore Gesù Cristo
    • 6 gennaio: Teofania
    • 2 febbraio: presentazione al Tempio di Gesù
    • 21 marzo: Annunciazione
    • 6 agosto: Trasfigurazione
    • 15 agosto: dormizione della Madre di Dio
    12 Feste e Pasqua

     

    Le 3 feste  a data mobile sono:

    • Entrata in Gesrusalemme
    • Ascensione
    • Pentecoste

    a queste utime, come detto, va aggiunta la Pasqua.

    E’ così che nella vita cristiana, l’uomo si riscopre creatura di Dio…affinchè il tempo dell’uomo diventasse tempo di Dio occorreva che il tempo di Dio diventasse tempo dell’uomo.

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    Dormizione

    Dormizione

    15 Agosto – Dormizione della Madre di Dio

    Nella festa della Dormizione (una delle dodici “grandi feste” dell’anno liturgico bizantino) la liturgia ci offre due richiami fondamentali per la nostra vita: la certezza del nostro destino non solo spirituale ma integralmente umano e carnale e la certezza che nella vita cristiana la morte rappresenta un distacco che non è separazione ma presenza.

    Questo evento “dormizione”, che nella tradizione occidentale è indicato con il nome di  “assunzione”, rappresenta il culmine dell’esistenza terrena della Madre di Dio: Ella ha patito la morte al pari del Figlio suo. Ma l’istante della dipartita di Maria non appartiene più alla storia di questo mondo; esso appartiene alla storia della salvezza, è l’inizio delle felicità eterna alla destra del Figlio in anima e corpo.
    In occidente, attorno alla fine del settimo secolo, il termine “dormizione” venne sostituito con “assunzione”, per indicare come l’assunzione della Madre di Dio (preceduta dalla resurrezione) dovesse essere l’oggetto principale delle festa, e la morte passare in secondo piano.
    (Egon Sendler: L’iconografia della Dormizione della Madre di Dio – «L’Altra Europa», 4/1986 (208, per consultare, previo abbonamento, l’intero articolo, clicca qui)

    In questa festa…ritornano alla mente le parole di una delle più profonde e splendide preghiere rivolte a Maria. Una preghiera in cui Maria viene chiamata “aurora del giorno senza notte”. Proprio la luce di questa aurora fluisce dalla festa della Dormizione, proprio contemplando questa morte, proprio restando accanto a questo letto funebre, noi comprendiamo che la morte non esiste più, che la morte stessa dell’uomo è diventata un gesto di vita, il suo ingresso in una vita più grande, la vita vivente. Colei che si è interamente  donata a Cristo, che  l’ha amato fino in fondo, viene da Lui accolta a questa porte luminose della morte: ed ecco la morte trasformarsi in un gioioso incontro, ecco trionfare la vita, ecco regnare su ogni altra cosa la gioia e l’amore. Lei – Maria, Vergine, Madre – è una di noi.

    (A. Schemann, “i passi della fede”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    Resurrezione

    “Apostoli, che vi siete radunati qui dai confini della terra, seppellite il mio corpo nel podere dei Getsemani; e Tu, Figlio e Dio mio, accogli il Mio spirito”.
    (Exapostiliarion della festa)

    “Nel Tuo parto hai conservato la verginità; nella Tua dormizione non hai abbandonato il mondo.
    Madre di Dio, che hai raggounto la vita come Madre della fonte della vita, libera, con le Tue sante preghiere le nostre anime dalla morte.”
    (Tropario della festa)

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    Trasfigurazione

    Trasfigurazione

    6 Agosto – Trasfigurazione

    Nella festa della Trasfigurazione (una delle dodici “grandi feste” dell’anno liturgico bizantino) Gesù ci offre – come dono, come vita, come pienezza di significato e di gioia e in segreto dal mondo e dalla gente – la gloria, la luce, il trionfo a cui eternamente è chiamato l’uomo. La parola che domina in questo giorno è “luce”; la luce divina che pervade il mondo; la luce divina che trasfigura l’uomo; la luce divina in cui tutto acquista il suo significato ultimo ed eterno. E l’anima riconosce questa luce, il cuore ne trae conforto, la nostra vita continuamente ne vive e ne viene trasfigurata.

    La benedizione dei frutti della terra
    Nella festa della trasfigurazione, secondo un’antica usanza, si celebra il rito della benedizione della frutta e degli ortaggi….che significato può avere questo antico rito? Nelle preghiere di questo rituale si trovano espressioni particolari rivolte ala casa, all’orto, ai campi, al pozzo…sembra quasi che la Chiesa si rivolga a tutto il mondo per benedirlo, consacrarlo, e la mano benedicente di Dio si protenda verso ogni cosa. Il mondo è un frutto dell’amore divino per l’uomo e solo attraverso il mondo l’uomo può riconoscere e amare Dio…e può amare la propria vita, trasformando in tal modo anche la vita del mondo in un dono di Dio.
    Nel giorno della Trasfigurazione vengono portati in chiesa, mele, pere, uva, ortaggi e in un istante la Chiesa stessa si trasforma nuovamente nel giardino misterioso, nel paradiso di beatitudine in cui era iniziata la vita dell’uomo ed era avvenuto il suo incontro con Dio.
    E come allora il primo uomo aveva aperto gli occhi e aveva visto il mondo di cui Dio poteva dire che tutto “era cosa buona”, e si era rallegrato e aveva reso grazie a Dio, ebbene così anche noi, come se fosse la prima volta, vediamo il mondo come un riflesso della sapienza e dell’amore di Dio, ci rallegriamo e rendiamo grazie a Dio. E in questa gioia, in questoi rendimento di grazie, la nostra vita si purifica, si rinnova e rinasce.

    (A. Schemann, “i passi della fede”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    Resurrezione

    “Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, mostrando ai tuoi discepoli la la Tua gloria per quanto poterono vederla; risplenda anche a noi peccatori la tua sempiterna luce, per le preghiere della Madre di Dio. Datore di Luce, gloria a Te”. (Tropario della festa)

    “Ti sei trasfigurato sul monte o Cristo Dio, e i tuoi discepoli, per quanto era loro possibile, contemplarono la Tua gloria; così che quando ti avrebbero visto crocifissio capissero che la tua passione era volontaria e predicassero al mondo che tu sei davvero lo splendore del Padre”. (Kondak della festa)

     

     

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    La Pentecoste nella Chiesa d’Oriente

    La Pentecoste nella Chiesa d’Oriente

    Ogni bene procura lo Spirito Santo:
    la gioia della Pentecoste nella Chiesa d’Oriente

    Riflessioni di Mons.Francesco Braschi (Radio Maria, 2 Giugno 2020)
    Ascolta l’audio

    Dopo le riflessioni dedicate al tempo pasquale, ci sembra importante provare a gustare qualcosa di quell’enorme tesoro di preghiera, ma anche di insegnamento e di bellezza, che sono i testi liturgici della Chiesa d‘Oriente legati alla Pentecoste. Testi liturgici che nascono in gran parte in lingua greca, poi entrano a far parte del patrimonio della chiesa bizantino-slava, con le prime traduzione ad opera di Cirillo e Metodio e poi di quanti li seguono e che ancora oggi sono un patrimonio utilizzato dalla chiesa ortodossa e dalle chiese cattoliche di rito orientale.

     

    Resurrezione
    Icona della Petecoste

      

    Il primo è il tema della Santissima Trinità. L’Occidente che cosa ha fatto? L’Occidente ha collocato la festa della Santissima Trinità alla domenica dopo Pentecoste, perché appunto la domenica dopo Pentecoste, dopo aver celebrato la venuta e la piena manifestazione dello Spirito Santo, diventa il momento in cui fermarci a fissare, a ricapitolare, a compendiare la dottrina della Trinità, che appunto viene rivelata pienamente con la piena rivelazione dello Spirito Santo, la terza persona della Trinità.

    La Chiesa d’Oriente, invece, tiene questa tematica trinitaria dentro la domenica di Pentecoste. Tant’è vero che, per quanto riguarda la Chiesa d’Oriente, la commemorazione della discesa dello Spirito sugli Apostoli, quindi la memoria del fatto storico che dà il nome alla Pentecoste cristiana, viene celebrata, pur non mancando anche nella domenica di Pentecoste, il lunedì di Pentecoste, il giorno dopo, dove l’accento è maggiormente su quello che avviene. Mentre la domenica, appunto, è più una meditazione corale, è una riflessione che la Chiesa fa su che cosa significa la conoscenza dello Spirito Santo. Allora proviamo a guardare fin dal Vespero del sabato della Pentecoste, quindi dal primo dei momenti che si affacciano sul giorno di Pentecoste, che cosa dicono i testi della liturgia.

    Festeggiamo la Pentecoste, la venuta dello Spirito, la realizzazione della promessa (la promessa di Cristo, naturalmente: “Vi manderò un altro paraclito”), il compimento della speranza: quale mistero festeggiamo! Quanto grande e augusto! Noi dunque a te acclamiamo: artefice dell’universo, Signore, gloria a te”.

    E’ interessante che si festeggi la Pentecoste, ma si concluda con una acclamazione al Padre, artefice dell’universo (“Signore, gloria a Te”). Perché vedremo come anche questi tre primi stichirà che adesso leggiamo, sono legati a uno schema trinitario, come a dire che non si comprende veramente la venuta dello Spirito se non nel quadro della Trinità.

    Il secondo infatti dice: “Hai iniziato i tuoi discepoli a lingue di genti straniere (cioè, hai insegnato loro lingue di gente straniere), perché con esse annunciassero te, Dio Verbo immortale che elargisci alle anime nostre la grande misericordia”.

     

     

    Cristo, il Verbo di Dio, immortale, che diventa soggetto della Pentecoste: è Lui che attraverso il dono dello Spirito fa sì che i suoi discepoli siano capaci di parlare tutte le lingue.

    E ancora, il terzo: “Ogni bene procura lo Spirito santo: fa scaturire le profezie (il ruolo dell’Antico Testamento), ordina i sacerdoti (la vita sacramentale della Chiesa), ha insegnato la sapienza agli illetterati (gli stessi discepoli da pescatori diventati apostoli), ha reso teologi i pescatori, tiene saldo tutto l’armonico ordinamento della Chiesa”. Ecco questo riassunto bellissimo di tutto quello che fa lo Spirito Santo.

    Poi dice: “O tu, consustanziale al Padre e al Figlio, con essi assiso sull’unico trono, o Paraclito, gloria a Te“.

    Dunque si da gloria al Padre, gloria si dà poi al Figlio, gloria allo Spirito Santo e l’inizio della liturgia ha questa chiarissima impronta trinitaria. Ma non è soltanto l’inizio della celebrazione dei Vesperi della Pentecoste che ha questa impronta trinitaria, tutta la liturgia mette l’accento su un fatto, che già prima accennavo e cioè il fatto che la Pentecoste significa, in un certo senso, quasi la conclusione del percorso di rivelazione, che interessa appunto la Trinità.

    Infatti si dice, proprio nel Vespero di Pentecoste, questa preghiera che conosciamo bene, almeno chi frequenta Russia Cristiana o la liturgia bizantina, perché questa stessa preghiera viene cantata alla fine della Comunione, ogni volta che si celebra la divina liturgia. E anche qui, mentre recitata alla fine della liturgia, dice lo scopo e il fine ultimo dell’Eucaristia che si riceve, detta il giorno di Pentecoste è come appunto l’affermazione del compimento della rivelazione. Quello che il Signore ci doveva dire e insegnare, ecco che lo conclude tutto con la venuta dello Spirito, che come dice il Signore nel vangelo di Giovanni ci guida alla verità tutta intera.

    E dice così questa antifona così cara alla spiritualità orientale: “Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l’indivisibile Triade: essa infatti ci ha salvati”.

    Ecco questo è molto interessante perché fa vedere come la salvezza è opera di tutta la Trinità. A volte si sente dire, per esempio, che in Occidente (questo valeva fino a qualche decennio fa) la teologia dello Spirito Santo era meno sviluppata, che c’era meno consapevolezza della Sua presenza. In realtà tutta l’opera della salvezza è l’opera che coinvolge tutta la Trinità e anche mentre noi sottolineiamo alcuni accenti -per cui la Pasqua è la Pasqua del Figlio, per cui la Pentecoste è la venuta dello Spirito- che corrispondono al modo con cui è stato vissuto, è stata storicamente data l’esperienza della conoscenza della Trinità, ecco che in ciascuno di questi gesti, dall’incarnazione del Figlio, è tutta la Trinità all’opera.

    E quindi si può davvero dire: “adoriamo la Trinità, perché essa siamo stati salvati”.

    E ancora, spiega meglio, come questo è avvenuto: “Con i profeti ci hai annunciato la via della salvezza e con gli apostoli, o Salvatore nostro, è rifulsa la grazia del tuo Spirito. (Qui si sta rivolgendo al Figlio, per cui lo Spirito è la Spirito del Padre ma è anche lo Spirito del Figlio). Tu sei il nostro Dio, sei Dio prima, Dio dopo, e per i secoli“.

    Sentiamo in questa affermazione, appunto, la riaffermazione della divinità del Figlio, probabilmente in funzione anti-ariana. E ancora un’altra antifona introduce un tratto che, vedremo dopo, è tipico, peculiare, della celebrazione della Pentecoste e dice così: “Nei tuoi atrii inneggerò a te, Salvatore del mondo, e adorerò in ginocchio la tua invitta (mai sconfitta) potenza: la sera, al mattino, a mezzogiorno e in ogni tempo, ti benedirò, Signore”.

    Ecco qui abbiamo poi un’altra antifona che riprende lo stesso tema: “Nei tuoi atrii, Signore, piegando le ginocchia del corpo e dell’anima, noi fedeli cantiamo a te, Padre che non hai avuto principio, Al Figlio, come te senza principio, e al santissimo Spirito a te coeterno che illumina e santifica le anime nostre”.

    Infatti, come vedremo poi, caratteristico nel rito bizantino della Pentecoste, è un rito che si compie appunto solo in quel giorno, che consiste al termine, nella parte conclusiva del Vespero, in una seria di preghiere che vengono recitate stando in ginocchio tutti, celebranti e popolo.

    Ma questo contenuto trinitario ritorna sempre. E poi dice: “Inneggiamo alla Triade consustanziale: al Padre, al Figlio e al santo Spirito, perché questo hanno annunciato tutti i profeti, e gli apostoli insieme ai martiri”.

    Bellissima questa antifona perché, appunto, ci ridice come il contenuto vero della fede sia la Santissima Trinità ma nello stesso tempo questo contenuto di fede è quello che non muta mai, perché i Profeti lo hanno annunciato prima ancora che vi fosse la piena rivelazione della Trinità; gli Apostoli, coloro i quali hanno visto il Figlio, hanno assistito alla discesa dello Spirito Santo, insieme però ai martiri. E questo è molto interessante perché ci dice esattamente che l’annuncio della Trinità continua anche attraverso la testimonianza dei martiri e quindi è un annuncio che non finisce mai, che accompagna tutta la vita della Chiesa.

    E qui, appunto, questa insistenza su una comprensione nuova, su una sempre maggiore chiarezza rispetto a quello che è l’opera salvifica di Dio, ecco, ce la ripropone un altro tropario del Vespero, un’antifona ampia, che riassume e in modo veramente splendido, tutta quella che viene chiamata -con un’espressione che abbiamo già imparato a conoscere, che abbiamo già usato altre volte, ma che vale la pena di rispiegare brevemente- quella che viene chiamata “l’economia della salvezza”.

    Non c’entra niente l’economia dal punto di vista dei soldi, della finanza; economia in ambito teologico è l’espressione che viene dalla lingua greca, che viene dai Padri della Chiesa greci, che dice proprio questo: che l’economia di salvezza è il disegno, il piano di salvezza che Dio Padre, come un accorto amministratore della propria casa, tiene sempre pronto e tiene in atto e fa svolgere. Quindi l’economia della salvezza è come la possibilità con un solo sguardo, mettendoci dal punto prospettico, dal punto di vista di Dio, di poter abbracciare tutto quello che Lui ha fatto per noi.

    E dice così: “Venite, popoli, adoriamo la Divinità in tre Persone: il Figlio nel Padre insieme al santo Spirito. Il Padre, infatti, fuori dal tempo ha generato il Figlio coeterno e con lui regnante, e lo Spirito santo era nel Padre, glorificato insieme al Figlio”.

    Fermiamoci qui un attimo solo per vedere quanto è profonda, quanto è anche bella questa descrizione! Dice: il Padre è tale perché è sempre padre, sempre genera il Figlio. Quindi non ha senso immaginarsi un momento, un tempo, nel quale è esistito Dio Padre senza il Suo Figlio, ma nello stesso tempo si dice: lo Spirito Santo era nel Padre mentre generava il Figlio coeterno a Lui, e dunque qui troviamo l’affermazione fortissima che la Trinità non sono è soltanto tre soggetti che condividono la vita, la sostanza, l’essenza divina, ma che sono sempre coimplicati in ogni azione, in ogni attività, sono anche, potremmo dire così, legati l’uno all’altro. Per cui noi diciamo che appunto è il Padre che genera il Figlio, ma questo non avviene senza lo Spirito, come pure diciamo che il Padre spira lo Spirito ma questo non avviene senza il concorso del Figlio. In altre parole, appunto, la Trinità ci viene presentata sempre di più nella sua essenza più profonda, come una profonda unità che nello stesso tempo è una unità dinamica, potremmo dire così, cioè una unità in movimento. Per che cosa? Per questo compimento del disegno di salvezza.

    E poi continua questo tropario dicendo: “una sola potenza, una sola sostanza, una sola divinità che noi tutti adoriamo dicendo: Santo Dio, che tutto hai creato mediante il Figlio, con la sinergia del santo Spirito (ecco, Dio Padre che crea attraverso il Figlio ma con la sinergia, il collaborare, la compresenza del Santo Spirito); Santo forte, per il quale abbiamo conosciuto il Padre e per il quale lo Spirito santo è venuto nel mondo (quindi questo Santo forte è Cristo); Santo immortale, o Spirito Paraclito, che dal Padre procedi e nel Figlio riposi (perchè lo Spirito Santo, dice il vangelo: “riposa su Gesù”, nel momento del suo battesimo ma, più in generale,in tutta la sua vita). Triade santa, gloria a te”.

    Potremmo chiederci: ma a noi a che serve metterci a guardare queste operazioni, questa attività, questa precisione anche, che la liturgia bizantina ha nel definire l’attività del Padre, del Figlio e dello Spirito? Che cosa aumenta a noi? Ecco ci aiuta, in realtà, moltissimo, perché noi conosciamo dai Vangeli, dalla Bibbia, dagli Atti degli Apostoli, dalle lettere di Paolo, innanzitutto, quello che viene chiamato “l’aspetto economico” della Trinità, cioè quello che la Trinità fa per noi, quello di cui noi siamo i destinatari. Ma questi tropari, queste antifone, che sono come un gettare uno sguardo dentro la “casa” della Trinità, nella vita intima della Trinità, nella decisione della Trinità, nello scambio di amore e di progetto che avviene nella Trinità: ecco, tutto questo ci aiuta a riconoscere che quello che Dio ha manifestato di sé a noi, corrisponde alla Sua essenza più profonda. E questo fa parte di quella decisione che Dio ha preso, e che consiste nel non nasconderci “il Mistero del Suo volere”, come afferma San Paolo nelle Sue lettere, e che san Giovanni compendia così: “Gesù ci ha detto: Vi ho chiamarci amici”.

    San Paolo dice che noi abbiamo conosciuto il mistero taciuto dai secoli eterni e finalmente rivelato per noi e cioè la decisione di Dio di mostrarsi a noi, di offrirsi a noi, di raccontarci chi è, di mostrarci come quello che fa è derivato da quello che è, e in altre parole, di condividere con noi, per quanto noi possiamo accoglierlo, la Sua vita intima, la Sua profondità.

     

    Conoscenza

    E questo emerge in un secondo tema che troviamo sempre nei vesperi della liturgia bizantina, che è appunto il tema della conoscenza.

    Abbiamo già ricordato come Gesù nel Vangelo di Giovanni dice: “lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera”.

    Ecco: alcuni dei tropari, nelle antifone, mettono molto bene in evidenza questo, tracciando in un  certo senso anche un prima e un dopo, cioè prima della piena rivelazione dello Spirito alcune cose non potevano essere capite e l’ultimo manifestarsi di questa incapacità, di questa incomprensione, tocca proprio il giorno di Pentecoste, con lo sgomento che prende, nel momento della discesa dello Spirito Santo e con la derisione che viene espressa nei confronti degli Apostoli quando, appunto come dicono gli Atti degli Apostoli, alcuni sentendoli parlare in lingue dicevano: “si sono ubriacati di vino dolce”.

    E così noi troviamo bellissimo questo splendido tropario che dice: “Poiché le genti ignoravano, o Signore, la potenza dello Spirito santissimo effusa sui tuoi apostoli, attribuivano a ubriachezza l’alternarsi delle diverse lingue. Ma noi, che da loro siamo stati confermati, incessantemente così diciamo: il tuo santo Spirito non togliere da noi, o amico degli uomini, te ne preghiamo”.

    Ecco, noi siamo stati confermati: confermati in una conoscenza nuova, confermati in una conoscenza che noi non ci saremmo mai potuti dare e, quindi, continuiamo a dire: “non togliere da noi il tuo santo Spirito, amico degli uomini”.

    E ancora: “Signore, l’effusione del tuo santo Spirito che ha colmato i tuoi apostoli, li ha resi capaci di parlare in lingue straniere: il prodigio pareva dunque ubriachezza agli increduli, ma, per i credenti (cioè per noi), era apportatore di salvezza”.

    Ed ecco come continua poi: “Rendi degni anche noi dell’illuminazione del tuo Spirito, o amico degli uomini”.

    Molto interessante questo, perché vedete che porta quello che avvenne in quel momento nel suo significato permanente per noi.  Come nel giorno di Pentecoste, vi fu chi accolse il dono dello Spirito, riconobbe la salvezza che era offerta ma ci fu anche chi ritenne tutto una presa in giro, o derise questa capacità degli Apostoli. Ecco anche noi oggi siamo posti davanti alla stessa scelta, alla stessa alternativa, cioè quella di considerare semplicemente un racconto edificante, magari anche non del tutto corrispondente a verità quello che gli Atti degli Apostoli ci consegnano, e quindi autoescluderci dalla salvezza che viene portata, o invece essere resi degni, attraverso la fede, della illuminazione dello Spirito. Ecco è proprio a questo punto che nella liturgia bizantina si inserisce quello che è forse il testo di preghiera allo Spirito Santo più famoso, che viene ripetuto nella tradizione orientale in qualunque momento, ogni volta che si inizia qualcosa e che potremmo dire così, corrisponde un po’ a quella famosa orazione della liturgia romana, quella che dice: “Ispira Signore le nostre azioni e accompagnale con il Tuo aiuto…” che viene invece nella liturgia bizantina, trasformata in una invocazione allo Spirito.

    E dice così:  “Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che dovunque sei e tutto riempi, tesoro dei beni e datore di vita, vieni e poni in noi la tua dimora, purificaci da ogni macchia e salva, Tu che sei buono, le nostre anime”.

    Questa idea dello Spirito come Colui che è dovunque e che tutto riempie, che è come il tesoro che contiene tutti i beni che Dio vuole rivelarci e per questo, datore di vita. E dove si domanda, come prima dicevamo, appunto: prima rendici degni dell’illuminazione dello Spirito, qua si chiede: vieni e poni in noi la tua dimora, purificaci da ogni macchia e salva, Tu che sei buono, le nostre anime”.

    Unità

    Un altro tema, che pure è comune alla festa di Pentecoste celebrata in Occidente come in Oriente, è la Pentecoste come ricapitolazione, conclusione, riproposizione di quella unità tra gli uomini che si è rotta con l’episodio biblico della torre di Babele e la confusione delle lingue. Questo perché le lingue diverse vengono viste nella Bibbia come un pericoloso segnale di incomunicabilità che affligge gli uomini a partire da una volontà di arrivare al cielo senza Dio, cioè di voler conquistare il cielo. In questo senso la torre di Babele appare quasi come una forma nuova ma non meno grave del peccato commesso da Adamo ed Eva, ovvero il volersi impadronire con la forza di quello che invece Dio vorrebbe donare agli uomini. E, allora, quello che nella Bibbia viene disposto come appunto la punizione che Dio dà, la confusione delle lingue, secondo la mentalità biblica esprime questo concetto e cioè che, quando viene meno il riconoscimento di Dio, non può che generarsi incomunicabilità e disunione tra gli uomini. Ecco, tre tropari lo dicono molto bene: “Un tempo si confusero le lingue per l’audacia che spinse a costruire la torre, ma ora le lingue sono riempite di sapienza per la gloria della conoscenza di Dio. Là (a Babilonia), Dio condannò gli empi per la loro colpa, qui Cristo illumina i pescatori con lo Spirito. Allora si produsse come castigo l’impossibilità di parlarsi, adesso si inaugura la concorde sinfonia delle voci per la salvezza delle anime nostre”. Vedete questo continuo parallelo.

    E ancora: “La potenza del divino Spirito, con la sua venuta ha divinamente ricomposto in un’unica armonia il linguaggio che un tempo era divenuto molteplice in coloro che si erano uniti per uno scopo malvagio (era lo scopo malvagio ad aver prodotto la divisione, non ci può essere vera unità nel male); essa (questa armonia) ha ammaestrato i credenti nella scienza (conoscenza) della Trinità, dalla quale siamo stati rafforzati”.

    Quindi lo Spirito dona la conoscenza, ma anche rinforza nella verità. Alla fine, riassuntivamente, dice: “Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità…”.

    Viene ridata la possibilità dell’unità tra gli uomini, perché c’è stata la riconciliazione portata da Cristo, che nel suo sangue ha ricreato l’unità tra quelli che prima, come dice san Paolo, erano divisi da un muro di separazione.

    …e noi glorifichiamo ad una sola voce lo Spirito tutto santo”. Questo è un altro aspetto di questa unità. Le lingue sono tante, ma ogni lingua annuncia un’unica cosa, appunto la lode, la gloria allo Spirito Santo e alla Trinità per l’opera di salvezza che compie.

     

    Sono tre i temi importanti che si possono raccogliere da questo tropario. Innanzitutto, l’incredulità di Tommaso: «Egli non credeva a ciò che gli veniva detto, perché la sua incredulità servisse a consolidare la nostra fede».

    Possiamo dire che ci sono due filoni in questa ufficiatura: uno guarda con molta indulgenza, quasi con gratitudine all’incredulità di Tommaso, perché diventa un aiuto per confermarci nella fede e per ricevere la beatitudine che Gesù dà: «Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!»

    C’è poi un altro filone, che non ci soffermiamo a considerare questa sera, che, preso quasi da stupore, dice: «Ma com’è, o Tommaso, che hai messo la mano nel costato di Cristo e non è stata bruciata come dal roveto ardente?». È il ricordo del racconto di un vangelo apocrifo a proposito della nascita di Gesù, dove si dice che la levatrice giunge alla grotta, vede che Maria ha già partorito Gesù e sente dire che è rimasta vergine. Lei non crede e vuole controllare e, per aver osato verificare la verginità di Maria, le si inaridisce la mano: sarà guarita soltanto dopo aver chiesto perdono e preso in braccio Gesù Bambino. Ecco, questo ricordo fa dire di Tommaso: «Come? Tu, Tommaso, hai messo la mano nella ferita del costato di Cristo e questo non te l’ha bruciata, non te l’ha inaridita?, tu che hai voluto andare a toccare la sorgente stessa della nostra redenzione». Anche questo stupore però ci conferma che la figura di Tommaso viene guardata con una certa benevolenza, come se l’atmosfera pasquale permettesse di guardare con più bontà e più indulgenza a questo che è comunque un episodio di incredulità.

    Infine, il terzo aspetto è quello della confessione di Tommaso: «O mio Signore e mio Dio!» La liturgia bizantina dice: «Confessò che non sei Dio soltanto, né solo semplice uomo, ma esclamava: Mio Signore e mio Dio!» Ecco, Gesù viene riconosciuto proprio nella sua incarnazione ormai pienamente rivelata, perché è veramente uomo e veramente Dio. Ma questo essere veramente uomo e veramente Dio non è soltanto un concetto teologico, ma è veramente uomo e veramente Dio per essere il mio Signore e il mio Dio. In questo “mio” c’è tutta la possibilità di rapporto, di intimità, di familiarità con Cristo che la sua umanità rende possibili per noi e nello stesso tempo c’è anche tutto il riconoscimento della grandezza, della corrispondenza di Cristo ai desideri più profondi che la sua divinità trasmette al nostro cuore. Ecco perché quel “Mio Signore, e mio Dio sono il sigillo della fede di Tommaso, che confessa di aver trovato in Cristo il punto di arrivo del proprio desiderio, il punto di arrivo del destino di felicità per cui il suo cuore è fatto e che non vuole perdere più.

    Ma in questa domenica ricorrono ancora altri temi. Un altro molto bello ci mostra il ribaltamento che Gesù opera nei discepoli pieni di timore e anche pieni di vergogna per la pessima figuraccia che avevano fatto e anche per la stoltezza da loro mostrata nel momento in cui si erano staccati, avevano tradito e abbandonato proprio quel maestro che con la risurrezione mostrava di essere veramente colui che aveva detto di essere. Ma proviamo ad immedesimarci nel pensiero degli apostoli: i vangeli unanimemente ci dicono che il primo annuncio portato dalle donne non fu accolto da loro con immediatezza, anzi il Vangelo dice che pensarono si trattasse di vaneggiamenti di donne (Lc 24,10-11). Questo aveva una radice profonda proprio nella paura, nel senso di fallimento, ma anche di profonda colpa, perché sapevano molto bene che, se Gesù era davvero risorto, avrebbe avuto tutte le ragioni di punirli, o perlomeno di ripudiarli come amici. Invece Gesù, che la sera stessa di Pasqua li va a trovare in quel cenacolo, chiuso come i loro cuori, dice qualcosa che ricostituisce in loro la pace e la fiducia.

    E questo la liturgia bizantina lo dice molto bene: «A porte chiuse si presentò Gesù ai discepoli, togliendo il timore e dando pace». Ecco, la prima risurrezione che avviene negli apostoli è la risurrezione della fiducia, è la risurrezione dalla colpa, è la risurrezione della misericordia ricevuta e questo diventa il tratto fondamentale delle apparizioni di Cristo.

    Di Tommaso si dice ancora che la sua incredulità ha generato una ferma fede, ribadendo il tema dell’incarnazione che abbiamo ricordato prima e sempre in uno stichiròn del Vespero della Domenica di Tommaso: «O straordinario prodigio!, l’incredulità ha generato ferma fede. Tommaso infatti che aveva detto: “Se non vedo non credo”, dopo aver palpato il costato proclamava la divinità di colui che si era incarnato, il Figlio stesso di Dio. Ha fatto conoscere Colui che nella carne ha patito, ha annunciato il Dio che è risorto e a chiara voce ha gridato: “Mio Signore e mio Dio, gloria a Te!”». Con questa apparizione Cristo vince non solo la paura, ma anche lo scoraggiamento come dice un tropario: «Presentandosi il Salvatore agli amici scoraggiati, dissipò con la sua presenza ogni abbattimento e li indusse a tripudiare per la sua risurrezione.

    E, ancora, quello che riguarda il frutto della Passione viene riferito così: «Attingendo ricchezza dall’inviolabile tesoro (il riferimento è al costato, perché Tommaso lo tocca: toccare il costato significa attingere la ricchezza di un tesoro inviolabile) del tuo divino costato trafitto dalla lancia, Dìdimo (cioè Tommaso) ha riempito il mondo di sapienza e di conoscenza», perché ha proprio rivelato, ridetto, riannunciato la risurrezione di Cristo.

    Economia della salvezza

    Allora dicevamo che con questa consapevolezza si arriva anche alla consapevolezza che la festa di Pentecoste non conclude – diciamo così – ogni anno nella Chiesa il ciclo pasquale delle feste, ma è una festa che potremmo dire in un certo senso segna la conclusione della manifestazione dell’economia di salvezza. È proprio quello che dona agli uomini, potremmo dire, quel dono che riassume e perfeziona tutti gli altri doni.

    Vediamo allora come viene detta questa verità: “Celebriamo con gioia, o fedeli, questa festa che viene dopo le altre e tutte le conclude: la Pentecoste, il compimento della promessa e del tempo stabilito, perché in essa il fuoco del Paraclito è sceso sulla terra, sotto l’aspetto di lingue, ha illuminato i discepoli e li ha resi celesti iniziati…”. Cosa vuol dire “celesti iniziati”?, vuol dire che li ha introdotti alle realtà celesti, alle realtà del cielo, cioè ha donato loro sulla terra già, potremmo dire, un anticipo, una caparra della vita divina.

    C’è poi un bellissimo richiamo all’episodio della Pentecoste che accosta questo momento a quello che era capitato durante l’esodo, quando il popolo di Israele era uscito dal paese d’Egitto. E c’è anche un richiamo al Battesimo e, quindi, anche alla croce di Cristo. Ecco, questo è proprio un modo di esprimere questo compimento che lo Spirito Santo porta. Dice così: “La sorgente dello Spirito, scendendo sui figli della terra, dividendosi in fiumi di fuoco, ha spiritualmente irrorato i discepoli con la sua luce…

    Qui c’è forse un richiamo anche ai quattro fiumi che uscivano dal paradiso terrestre e irrigavano tutta la terra secondo quello che si dice nel libro della Genesi e qui, in questo momento è la sorgente dello Spirito Santo che irriga tutta la terra spiritualmente con la sua luce.

    E continua: “…il fuoco è divenuto per loro come una nube colma di rugiada, come una fiamma che li illumina e si effonde in pioggia…

    Sembrerebbero dei controsensi: come può una fiamma trasformarsi in pioggia e come fa un fuoco a diventare una nube che rinfresca con la sua rugiada. Se però ci pensiamo bene ricordiamo che nell’esodo si legge che, durante il peregrinare del popolo nel deserto il Signore che lo guidava di giorno assumeva l’aspetto di una nube che faceva ombra e di notte di una colonna di fuoco che segnava la strada. Ecco che la liturgia è attenta a sottolineare che con la Pentecoste è come se si compisse l’ultimo atto della liberazione più vera, dell’esodo nuovo, appunto l’esodo della Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita.

    E poi dice: “…è così che noi riceviamo la grazia, mediante il fuoco e l’acqua…

    Che cosa sono il fuoco e l’acqua? Ricordate che san Giovanni Battista diceva che, quando fosse arrivato, il Messia avrebbe battezzato in Spirito Santo e fuoco. Però il Battesimo si compie con l’acqua, per cui noi riceviamo la grazia mediante il fuoco e l’acqua. Ecco, il Battesimo dal giorno della Pentecoste diventa il Battesimo in Spirito Santo e fuoco. Il fuoco sono le lingue di fuoco date agli apostoli.

    Un altro bellissimo tropario dice ancora: “Gli innamorati del Salvatore sono stati colmati di gioia, hanno ripreso coraggio quanti prima erano timorosi, oggi che il santo Spirito è disceso dall’alto sulla casa dei discepoli…

    Ecco la trasformazione inattesa, inimmaginabile che avviene: hanno ripreso coraggio quanti prima erano timorosi, perché i discepoli escono dal cenacolo dove si erano rinchiusi proprio per paura, dopo la morte del Signore prima di avere l’annuncio della risurrezione.

    Ma ancora qua con una bellissima espressione i discepoli vengono chiamati “Gli innamorati del Salvatore”: è una definizione splendida. Ma anche questa definizione è comprensibile dopo le apparizioni del Risorto, dopo che lo Spirito Santo perfeziona nel cuore dei discepoli l’amore per Cristo, perché appunto prima c’era timore, c’era anche probabilmente come una diffidenza, perché sia negli Atti degli Apostoli sia nel vangelo di Luca viene detto apertamente che qualcuno di loro dubitava anche nelle manifestazioni di Gesù dopo la Pasqua.

    Ed ecco appunto come lo Spirito è anche la forza che convince interiormente e che vince: “…le lingue infatti, si erano ripartite su di loro mostrandosi come di fuoco, senza tuttavia bruciarli, ma piuttosto irrorandoli di rugiada”.

    C’è poi un ultimo tropario che in questo senso è molto interessante, perché stabilisce un parallelo esplicito tra la croce e la Pentecoste. Perché questo? Perché quando, dicono i vangeli, Gesù emise lo spirito morendo sulla croce, l’atto successivo alla morte di Gesù è quello del soldato che gli trafigge il costato con la lancia. E dal suo costato sgorgano sangue e acqua, simbolo del Battesimo e dell’Eucarestia.

    Sentite allora cosa dice questo tropario: “Mescolando alla parola il divino lavacro di rigenerazione (il Battesimo) a causa della mia natura composita (cioè noi siamo fatti di corpo e anima e, quindi, la Parola si rivolge all’anima, mentre il lavacro del Battesimo al nostro corpo), tu lo riversi su di me come un fiume che inonda dal tuo immacolato fianco trafitto, o Verbo di Dio, confermandolo con l’ardore dello Spirito”.

    Ecco, abbiamo sempre questa arditissima contrapposizione di termini, perché l’ardore dello Spirito si esprime nel fiume che esce dal fianco trafitto. Quindi, ancora una volta è acqua, ma è un’acqua ardente, è un’acqua che ha in sé una forza, una potenza. Ecco, tutto questo che cosa produce?

    Abbiamo visto la salvezza, la conoscenza, ma abbiamo anche quella sinfonia divina che vede Cristo – usiamo questa immagine – come il direttore d’orchestra, come Colui che con il dono dello Spirito riesce a creare anche una vera unità d’intenti nei discepoli. Ecco cosa dice:

    Dopo la risurrezione dal sepolcro, o Cristo, e la tua ascesa alle altezze celesti, hai inviato ai discepoli la tua gloria, o pietoso, rinnovando in loro uno Spirito retto (uno spirito quindi di giustizia, di verità, di consapevolezza): e loro, dunque, come una cetra melodiosa, o Salvatore, hanno reso per tutti ben distinti gli echi sonori della tua divina economia”.

    Potremmo dire che gli apostoli che ricevono lo Spirito cantano all’unanimità: sono diversi, ciascuno con la sua personalità, con la sua storia, con il suo temperamento, ma rendono intelligibili per tutti e ben distinti, cioè scandiscono bene l’economia divina, cioè il piano di Dio e tutti annunciano l’unico disegno di salvezza in Cristo.

    E ancora dice: “Tutte le cose piegano il ginocchio davanti allo Spirito Paraclito, e davanti al Figlio del Padre, che al Padre è per natura perfettamente unito; esse riconoscono nelle tre persone una sola essenza”. Ecco l’adorazione delle creature che riconoscono l’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

    E questa consapevolezza di un compimento, di una perfezione dà un coraggio, una intimità, una familiarità con Cristo, che permette di chiedere come si chiederebbe appunto a uno sposo.

    Sentite che meraviglia questo tropario, che ci fa capire dove la consolazione dello Spirito va a curare, a lenire e ad aiutare: “Dai conforto pronto e stabile, o Gesù, ai tuoi servi, quando i nostri spiriti sono prostrati. Non separarti nelle tribolazioni dalle nostre anime; non allontanarti nelle avversità dai nostri cuori: ma previenici sempre. Avvicinati a noi, avvicinati, tu che ovunque sei. Come stavi sempre insieme ai tuoi apostoli, così unisciti anche a quelli che ti amano, o pietoso, affinché, a te uniti, noi celebriamo e glorifichiamo lo tuo Spirito tutto santo”.

    Qui ci si potrebbe domandare perché mai si chiede a Cristo l’unità? Non la si chiede allo Spirito? Ma, appunto, capite?, non possiamo dividere! È Cristo che dà conforto ai suoi servi, è Cristo a cui si chiede di non separarsi dalle nostre anime, di non allontanarsi dai nostri cuori tribolati; a Lui chiediamo di prevenirci sempre, cioè di mostrarsi prima che non Lui si allontani da noi, ma noi ci allontaniamo da Lui. Ma la cosa interessante è proprio che lo Spirito non fa altro che rendere costante la memoria di Cristo. In altre parole non c’è nessuna concorrenza tra lo Spirito e Cristo: lo Spirito ricorda l’agire di Cristo e Cristo manda lo Spirito, perché compia l’esperienza degli apostoli.

    Infatti, dice così: “Per far ricordare le parole di vita udite dal Padre e dette agli apostoli, Cristo manda lo Spirito a posarsi su di loro in forma di lingue di fuoco. Cantando ti benedice il creato, che prima lontano ed estraneo a te, gode ora della tua amicizia”.

    Interessante, perché vedete come qua si dice che Cristo manda lo Spirito per far ricordare – ci aspetteremmo “le sue parole” – e invece dice “le parole di vita udite dal Padre e dette agli apostoli”, perché Gesù nel Vangelo di Giovanni dice: Io vi ho detto tutto quello che ho udito dal Padre mio. Potremmo dire così: non c’è soluzione di continuità, non c’è distacco tra il dono di sé che continuamente Cristo fa al Padre e il dono che il Padre fa al Figlio, cui dice tutto, e il dono che lo Spirito fa di sé per dedicarsi, per – potremmo dire – rendere presente Cristo, lo Spirito è totalmente devoluto, dedicato a Cristo. Nello stesso tempo Cristo lascia allo Spirito il compito di fare memoria. C’è proprio questa continua compenetrazione, ma anche questa continua compenetrazione delle volontà.

    E ancora: “La bocca colma di Spirito dei profeti, ha cantato, o Re, la tua venuta nella carne: tu che mandi ai credenti lo Spirito che procede dal seno del Padre, come te increato, come te creatore e con te regnante, perché sia reso culto alla tua incarnazione”.

    Allora, lo scopo anche della venuta dello Spirito è di riaffermare la gloria dell’incarnazione di Dio, perché appunto è solo il Figlio che si è incarnato, che ha assunto la nostra carne, per dimostrarci, per annunciarci questa comunione che Dio stabilisce con noi. Ecco, a servizio di questo avvenimento c’è tutta la potenza dello Spirito.

    È molto interessante che in questo tropario la liturgia aggiunga al lamento delle donne anche il ricordo del preannuncio che Gesù aveva fatto della sua risurrezione. Dunque, è come se le donne, mentre vanno al sepolcro, si rendessero conto dell’impossibilità che Gesù rimanga preda della morte e, quindi, il loro andare al sepolcro è già un invocare, un desiderare la risurrezione.

    Anche riguardo a Giuseppe e a Nicodemo abbiamo uno splendido stichiròn che riprende in termini anche molto affettivi e poetici quello che avviene a loro: «Giuseppe insieme a Nicodemo depose Te dal legno e, contemplandoti morto, nudo, senza una tomba (è il momento dell’estrema umiliazione, dell’estremo abbassamento di Cristo) iniziò il lamento pieno di compassione e dolente diceva: “Ahimè, Gesù dolcissimo, poco prima il sole, vedendoti pendere dalla croce, si ammantava di tenebra; la terra si agitava per il timore; si lacerava il velo del tempio, ma ecco io ora Ti vedo per me volontariamente disceso nella morte. Come potrò seppellirti, Dio mio? Come Ti avvolgerò in una sindone?, con quali mani toccherò il tuo corpo immacolato?, o quali canti potrò mai intonare per il tuo esodo pietoso? Magnifico i tuoi patimenti, inneggio alla tua sepoltura insieme alla tua risurrezione, acclamando: Signore, gloria a Te!”». Quindi, si dice che anche a Giuseppe di Arimatea e a Nicodemo il Cristo morto, deposto dalla croce nelle loro braccia, suscita l’attesa della risurrezione.

    Di seguito, la liturgia – con un gioco di parole in greco e in slavo, intraducibile in italiano – dice che le donne diventano “le annunciatrici degli annunciatori”, annunciano il Vangelo proprio a quelli che dovranno annunciare: «Alle donne che erano con Maria e che, venute con aromi, si chiedevano ansiose come realizzare il loro scopo, apparve la pietra già tolta e un giovane divino che dissipò il turbamento delle anime loro: “È risorto – diceva – Gesù, il Signore. Annunciate ai discepoli, ai suoi annunciatori, di correre in Galilea e lo vedrete risorto dai morti come datore di vita e Signore”». Annunciate ai discepoli annunciatori: ecco perché nella tradizione orientale le mirofore vengono chiamate le “evangelizzatrici degli evangelizzatori”. E questo dice anche l’importanza del loro ruolo per tutta la tradizione della Chiesa d’Oriente.

    Vespro di Pentecoste

    Vorrei ora introdurre l’ultimo argomento di cui parliamo (le preghiere che accompagnano il Vespro di Pentecoste con la genuflessione) con due tropari che mi sembrano particolarmente belli perché mi paiono come una sorta di carta di identità dello Spirito; riassumono in maniera molto efficace tutte le prerogative e le caratteristiche dello Spirito e anche i doni che offre; dicono così: ”lo Spirito santo da sempre era, è e sarà, perché mai ha avuto un principio (questo è stato detto all’inizio leggendo uno dei primi tropari dei Vespri che anche il Figlio da sempre era, è e sarà; e così anche lo Spirito Santo; e quindi c’è questa anche voluta ripetizione ma proprio per affermare l’uguaglianza del Figlio e dello Spirito dal punto di vista della natura divina; quindi…) “lo Spirito santo da sempre era, è e sarà, perché mai ha avuto un principio né mai cesserà di essere, ma sempre è posto insieme al Padre e al Figlio e con essi annoverato: vita e creatore di vita; luce ed elargitore di luce; buono per essenza, e sorgente di bontà; per lui è conosciuto il Padre ed è glorificato il Figlio, per lui da tutti è riconosciuta l’unica potenza, l’unica unione, l’unica adorazione della santa Trinità”. Ecco qui emerge questo compito dello Spirito che è tipico della tradizione occidentale ma vediamo che non manca nemmeno tradizione orientale, cioè lo Spirito come colui che unisce e rende intellegibili il Padre e il Figlio nel loro amore per gli uomini; o ancora: “lo Spirito santo è luce, vita e viva sorgente spirituale; Spirito di sapienza, Spirito di intelligenza, buono, retto, intelligente, Spirito che ci guida e ci purifica dalle colpe; Dio e deificante (cioè che ci dona il cammino della divinizzazione) ; fuoco che procede dal fuoco, Spirito che parla, opera, e distribuisce i carismi; Spirito mediante il quale tutti i profeti, gli apostoli di Dio e i martiri sono stati corroborati; straordinario annuncio di novità, straordinaria visione, fuoco che si divide per distribuire carismi.

    Ecco se il primo tropario diceva chi è lo Spirito in sè, il secondo descrive tutto quello che lo Spirito fa per noi; è Dio ma divinizza anche noi; è uno Spirito che procede che procede dal fuoco e distribuisce i carismi, che rende forti gli apostoli, i profeti e i martiri, lo Spirito come Colui che continua a dare i suoi doni.

    E arriviamo così a questo Vespero della sera di Pentecoste, cosi particolare perché prevede delle preghiere recitate in ginocchio dal Sacerdote e dai fedeli. Perché è una particolarità? Perché tutta la Chiesa antica, e questo viene codificato nel 691 dal cosiddetto Concilio in Trullo, un canone dice che non si genuflette la Domenica e nel Tempo pasquale, proprio perché stare in piedi è un simbolo di resurrezione, quindi stonerebbe durante il tempo pasquale inginocchiarsi, che invece è un simbolo, appunto, anche di penitenza; e però, siccome siamo alla fine della Pentecoste (la Pentecoste secondo il computo dei giorni del rito bizantino finisce con i Vespri con i secondi vesperi della domenica e inizia con i primi vespri del lunedì) ecco che si torna a inginocchiarsi, e ci si inginocchia proprio riconoscendo quello che consegue, quali sono le conseguenze del dono dello Spirito ovvero una possibilità nuova per il perdono dei peccati. Non possiamo riportare tutte le preghiere che sono abbastanza lunghe, ma cogliamo alcuni spunti che mi sembrano importanti.

    1. La prima preghiera incomincia così: “incontaminato, immacolato, senza principio, invisibile, incomprensibile, impenetrabile, immutabile, insuperabile, incommensurabile, longanime, Signore, unico immortale, che abiti una luce inaccessibile, che hai fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è stato formato in esso; che acconsenti a tutte le richieste prima che ti vengano fatte…” questi naturalmente sono tutti attributi di Dio, ma come se Dio venisse guardato nella sua misteriosità, nel suo essere come irraggiungibile, tanto è vero che sono tutti aggettivi alla forma negativa incontaminato, immacolato, senza principio, invisibile, incomprensibile, impenetrabile…sono tutti aggettivi che tendono a mettere in risalto soprattutto il carattere di mistero di trascendenza , ma subito dopo cosa si dice dello stesso? “Ti preghiamo e ti invochiamo, Sovrano amico degli uomini, Padre del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, che per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dai cieli e si è incarnato dallo Spirito Santo e da Maria sempre Vergine e gloriosa Madre di Dio. Prima con l’insegnamento delle parole, poi con la realizzazione delle opere quando subì la sua passione salvifica, Egli ha offerto a noi, umili peccatori e indegni suoi servi, un modello di offerta di suppliche in ginocchio e a testa china per i nostri peccati e per l’ignoranza del popolo.”.Cioè si chiede al Dio perfettissimo, al Dio che sta nel sommo dei cieli, gli si chiede di poter imparare dall’umiliazione di Cristo, dalla sua venuta nella carne, dalla sua croce, a pregare in ginocchio e a testa china per i nostri peccati e la nostra ignoranza. Cioè: proprio Colui che non avendo peccato non aveva bisogno di pregare per i propri peccati diventa un nostro modello anche per la preghiera per chiedere perdono dei peccati; fino a questo punto arriva l’amore di Cristo: diventare nostro modello anche per la richiesta di perdono. Poi dice “esaudisci noi che ti preghiamo e ricordati di noi miseri e meritevoli di condanna, e allontana le nostre anime dalla prigionia del peccato perché la tua compassione intercede per noi”. Ecco: è la compassione, la compassione di Dio e di Cristo che fa di noi miseri e meritevoli di condanna dei figli per i quali Dio vuole allontanare la prigionia del peccato…e prosegue: “accogli noi che ci prostriamo e a Te gridiamo: Abbiamo peccato! A Te siamo stati affidati dal seno materno, Tu sei il nostro Dio dal ventre della nostra madre; ma poiché svanirono nella vanità i nostri giorni (quindi abbiamo buttato via questa radice buona), siamo stati spogliati del tuo aiuto, privati di ogni difesa. Ma confidiamo nella Tua misericordia, quindi ti chiediamo: purificaci dai nostri peccati”. E dice ancora “non ci respingere nel tempo della vecchiaia; mentre vengono meno le nostre forze non abbandonarci”; che bella questa preghiera dove fa passare come in rassegna le diverse età e come a dire che attraverso il dono dello Spirito c’è un’opera, c’è un’azione di Dio che segue le necessità le povertà, le paure che viviamo in ogni età della vita.
    2. La seconda preghiera dice: ”noi tutti del genere umano abbiamo udito ed accolto la conoscenza di Dio ognuno nella propria lingua. Siamo stati rischiarati dalla luce dello Spirito Santo e siamo stati liberati dall’errore, come da tenebra, e con l’elargizione delle visibili lingue di fuoco e l’energia soprannaturale siamo stati istruiti nella fede in Te, illuminati a riconoscere Te (è a Cristo che la preghiera si rivolge) insieme con il Padre e lo Spirito Santo, in un’unica divinità, potenza e potestà.”
    3. La terza preghiera invece è quella che forse più profondamente ricongiunge il mistero della Pentecoste alla risurrezione di Cristo, e quindi al tempo della Pasqua: “Tu che hai offerto te stesso vittima pura per noi, immolando il tuo immacolato corpo, non tocco da alcun peccato ed inviolato, e per mezzo di questo tremendo ed inenarrabile sacrificio ci hai dato la vita eterna; Tu che sei disceso nell’Ade e ne hai stritolati i cardini eterni, mostrando a coloro che vi giacevano la via del cielo (i giusti che aspettavano la resurrezione di Cristo per poter essere finalmente ammessi in cielo) ; Tu che con divina sapienza hai adescato il dragone dell’abisso e principe del male e lo hai legato con le catene dell’oscurità nell’inferno, nel fuoco inestinguibile e nelle tenebre esteriori con la tua infinita potenza. Tu, sapienza gloriosa del Padre che ti sei mostrato grande soccorritore dei vessati ed hai illuminato coloro che sedevano nelle tenebre e nell’ombra della morte (si vede come sottolinea proprio la grandezza della salvezza e la miseria della situazione umana). Tu, Signore della gloria eterna e Figlio diletto dell’altissimo Padre, Luce eterna da Luce eterna; o Sole di giustizia, ascolta noi che ti supplichiamo e dà riposo alle anime dei tuoi servi”. Perché appunto in queste preghiere si inserisce una particolare preghiera di suffragio per i defunti.
    4. Ma addirittura, ed è la quarta preghiera che ci dice questo, il frutto più maturo del tempo di Pasqua, il frutto più maturo, potremmo dire così, portato a questa maturazione dalla Pencoste, è una nuova possibilità di guardare con occhi diversi perfino la morte; in fatti questa preghiera dice così:” E’ un tuo mistero in verità davvero grande, o Sovrano di tutti e Creatore, il temporaneo dissolversi delle tue creature, che in seguito di nuovo si ricompongono e in eterno riposano.”; cioè la morte, il passaggio della morte è un mistero davvero grande, dice, perché sappiamo ormai che noi non siamo destinati a restare per sempre nella morte, ma siamo destinati a una vita; e infatti dice: “per tutto ti rendiamo grazie: per il nostro ingresso in questo mondo (per averci creati) e per la nostra uscita da esso, che, in virtù della tua promessa verace (affidabile) , ci induce a sperare la risurrezione e una vita incorruttibile: fa’ che possiamo goderne alla tua seconda futura venuta. Perché tu sei anche l’autore della nostra resurrezione”; allora che cosa comporta questa certezza: ecco c’è proprio un modo nuovo, dicevamo, di vedere anche la morte; infatti dice così: ”ricevi dunque, o Sovrano, le nostre preghiere e suppliche, da’ riposo ai nostri cari, e a tutte le anime che già riposano in attesa della risurrezione per la vita eterna. Colloca i loro spiriti e i loro nomi nel libro della vita, nel seno di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nella regione dei viventi, nel regno dei cieli, nel paradiso di delizie, introducendole tutte, tramite i tuoi angeli luminosi, nelle tue sante dimore. Risuscita anche i nostri corpi nel giorno da te stabilito, secondo le tue sante e veraci promesse. Non vi è dunque morte, Signore, per noi tuoi servi alla dipartita del corpo per venire a te, o Dio (non c’è morte nel momento in cui l’anima si separa dal corpo nel momento della morte): è piuttosto il passaggio dalle sofferenze alla dolcezza, alla felicità, un passaggio al riposo e alla gioia”. E tutto questo si accompagna poi a una grande fiducia, a una grande e piena fiducia nel perdono, nella misericordia; è bellissima questa espressione: “…non vi è dunque morte, Signore, per noi tuoi servi alla dipartita del corpo per venire a te, o Dio: è piuttosto il passaggio dalle sofferenze alla dolcezza, alla felicità, un passaggio al riposo e alla gioia “. Ecco così viene messo in evidenza qual è il frutto pieno della fede pasquale; appunto un frutto di liberazione, di liberazione dalla paura della morte, di uno sguardo nuovo, che vede nella morte semplicemente un passaggio; e allora vale la pena concludere come conclude poi l’ufficiatura del mercoledì dopo Pentecoste, dove ancora la richiesta è proprio questa: che non restiamo privi di questo dono dello Spirito che si vuole offrire a tutti ma che richiede una nostra domanda, che richiede il nostra assenso, che richiede la nostra libertà, e infatti dice: ”Come era stato promesso, lo Spirito santo, liberamente disceso nei tuoi apostoli, o Cristo, ha armonicamente composto in un’unica sinfonia di fede nella Trinità increata, le diverse lingue di genti d’ogni razza. Ma anche in noi prendi dimora, te ne preghiamo, o amico buono degli uomini.”

    Dobbiamo pregare perché voglia prendere dimora in noi, non perché Lui non lo voglia, ma perché senza questa domanda, senza questa implorazione, noi non ci mettiamo nella disponibilità, nella sintonia a ricevere questi doni e quindi restiamo ancora in preda all’ignoranza.

    Conclusioni

    Concludendo: abbiamo visto quanto è ricca l’ufficiatura di Pentecoste; è una ricchezza davvero sovrabbondante ed è una ricchezza che si può ancora approfondire, magari ricordando i punti fondamentali:

    • La Pentecoste come rivelazione finale delle Trinità
    • La Pentecoste come compimento anche del destino umano, che dallo Spirito riceve la possibilità di iniziare il cammino della divinizzazione
    • La Pentecoste come il manifestarsi pieno anche della Trinità, cioè dei rapporti più intimi e profondi che legano Padre, Figlio e Spirito Santo e, ultimamente,
    • Una nuova visione, perché appunto se noi siamo nell’abbraccio, nella presenza della Trinità Santissima, ecco che davvero non c’è più nulla che ci possa fare paura.

     

    (testo tratto dagli appunti della registrazione e non rivisto dall’Autore)

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