Ed ecco allora che il primo giorno dell’anno nel rito bizantino aiuta anche a ritrovare questa dimensione.
Naturalmente questo non significa puntare unicamente su un benessere materiale, quasi appunto che la fede o l’obbedienza al Signore diventino una specie di assicurazione sulla vita che ci protegge da tutti gli infortuni e gli imprevisti. Chiaramente stare nella realtà con la coscienza di essere posti nella realtà dalla chiamata di Dio, dalla vocazione che lui ci manda, e quindi anche dal destino che Egli ci consegna, ci aiuta a vedere il tempo che passa nella prospettiva del nostro cammino verso l’eternità. Quindi l’anno che inizia ci ricorda anche una verità che per noi è diventata solo scomoda e spaventosa: e cioè la verità che la nostra vita inizia su questa terra, e tuttavia è destinata a non concludersi ma a trapassare in una vita eterna.
E questo viene ricordato dalla Liturgia bizantina proprio in questo giorno, con la terza lettura dei Vesperi che è la lettura del libro della Sapienza che probabilmente conosciamo anche noi, perché è una lettura che viene molto spesso utilizzata durante le esequie, durante i funerali. E dice così: “Il giusto, quando anche giunga a morire, sarà nel riposo; vecchiaia venerabile non è quella di un lungo tempo di vita, né si misura col numero degli anni; ma la prudenza equivale per gli uomini ai capelli bianchi e l’età avanzata è una vita senza macchia. Divenuto gradito a Dio è stato da lui amato e poiché viveva tra peccatori è stato trasferito, è stato rapito perché la malizia non alterasse la sua intelligenza e l’inganno non sviasse la sua anima, poiché il cattivo fascino del male oscura il bene e l’agitarsi dei desideri incontrollati guasta la mente innocente. Reso in breve tempo perfetto ha portato a termine un lungo corso; la sua anima era infatti gradita al Signore per questo lo ha tolto di mezzo dalla malvagità. I popoli vedono ma non comprendono, non pongono mente a questo fatto: che grazia e misericordia sono come i suoi santi, che Dio visita i suoi eletti”.
Questo brano del libro della Sapienza, l’ultimo libro in ordine cronologico dell’Antico Testamento, che già ha profondamente in sé l’idea della Resurrezione, ci trova purtroppo molto spesso esattamente nella condizione di quelli che “vedono e non comprendono”, perché appunto, noi stessi conosciamo per esperienza diretta quanto sia difficile lasciarci liberare dalla paura della morte. E allora per questo, questo brano viene riproposto proprio per ricordarci una verità da tanto tempo dimenticata e disattesa, che la morte non è la fine di tutto, non è la “nera signora” che fa paura, ma, secondo la Bibbia, la morte, – e questo lo afferma molto chiaramente san Paolo, seguito poi dai Padri della Chiesa – è anche la fine del tempo nel quale il male, il peccato, la tentazione, possono scatenarsi contro di noi. Non l’abbiamo forse mai considerato questo aspetto, ma è un aspetto essenziale, perché ci rendiamo conto che vedere la vita di questo mondo come se esistesse solo lei, come se non ci fosse una prospettiva oltre, da un lato non ci aiuta a vivere meglio la vita di questo mondo – perché ci fa vivere attanagliati dalla paura che finisca troppo presto, che comunque è sempre troppo presto quando finisce – e dall’altra parte non ci permette di riconoscere che in questo tempo che ci è dato nella vita terrena, veramente siamo continuamente in balia del rischio di cedere al male, di cedere al peccato, di rinnegare il Signore e, dunque, la vita terrena (questo ben lo sapevano i santi) ha un aspetto continuo di lotta che fa desiderare il riposo, che fa desiderare la fine della lotta per poter finalmente riconoscere e gustare tutto il bene, tutto il bello, tutto il buono per cui siamo creati.
Sembra quasi assurdo oggi presentare così la dialettica, la contrapposizione, il rapporto tra la vita e la morte, eppure questo ci consegnano la tradizione della Chiesa, la tradizione liturgica e la tradizione teologica e, forse, proprio l’inizio di un tempo nuovo, di un anno sociale, di un anno civile, con la ripresa del lavoro dopo le ferie, come quello che stiamo vivendo, sarà vivibile, sopportabile, anzi persino potrà affrontarlo con animo, con coraggio, con la curiosità di vedere che cosa si può fare, non chi è attanagliato dalla paura ma chi è certo che quello che qui si opera, quello che qui si testimonia, il bene che qui si riesce a portare, serve come possibilità di riconoscimento della smisurata quantità di bene verso la quale siamo in cammino. Se una volta si diceva: “se vuoi fare il bene a una persona non darle un pesce ma insegnale a pescare” potremmo parafrasare questo detto della sapienza popolare in questo modo: “se vuoi aiutare un amico, un fratello a vivere bene, aiutalo a ricordarsi che deve morire” ma, appunto, con quella concezione e visione della morte che permetteva a san Francesco di chiamarla “sorella nostra morte corporale” e che diventa semplicemente un passaggio.
Ma proviamo a fare ancora un passo avanti e proprio perché c’è questo slancio verso il futuro, questo slancio verso l’eternità, ecco che la preghiera della Chiesa ci fa tornare sulla richiesta di ciò che ci è necessario ora. Sentite come è bello questo Tropario che viene pregato sempre durante i Vesperi.
Dice: “Tu, o re, che sei e rimani per i secoli senza fine, ricevi la preghiera dei peccatori che chiedono salvezza e concedi, o amico degli uomini, fertilità alla tua terra, donando climi temperati. Combatti insieme al nostro fedelissimo re contro i barbari e gli atei, come facesti un tempo con Davide, poiché sono venuti nelle tue dimore e hanno contaminato il luogo santissimo, o Salvatore, ma tu dona vittoria, o Cristo Dio, per l’intercessione della Madre di Dio, perché tu sei vittoria e vanto di chi ha una retta fede”.
Ecco questo Tropario ci porta nel tempo successivo alla conquista di Costantinopoli, perché dice appunto “hanno contaminato il luogo santissimo”, eppure non si smette di chiedere, di domandare la salvezza, fertilità alla terra, climi temperati, anche quando questi terreni, anche quando il clima è abitato non solo dai fedeli ma anche dai nemici. E’ un inizio, ma è l’inizio di uno sguardo nuovo perché mentre si chiede la vittoria, nello stesso tempo si chiede innanzitutto la salvezza dei peccatori e questo apre a uno sguardo capace di abbracciare perfino i propri nemici. E ancora dice: “Tu che dai stagioni fruttifere e piogge dal cielo agli abitanti della terra, accogliendo anche ora le preghiere dei tuoi servi, libera da ogni angustia la tua città, perché le tue compassioni sono per tutte le tue opere, benedicendo dunque l’entrare e l’uscire, dirigi per noi le opere delle nostre mani e donaci, o Dio, la remissione delle colpe. Tu infatti nella tua potenza hai tratto dal nulla all’essere tutte le cose”.
Ecco il punto di arrivo del Vespero: è la prima antifona del Mattutino, appunto, che segue subito la conclusione del Vespero, e ricorda proprio che non possiamo rivolgere la nostra preghiera a Dio chiedendogli un tempo buono, un tempo abitato da un clima mite, dei frutti della terra, da quello che serve per vivere, se non riconosciamo due fatti: il primo, che abbiamo bisogno della remissione delle colpe e, il secondo, che Dio ha tratto dal nulla all’essere tutte le cose, tutte. Non soltanto quelle che ci vanno bene, non soltanto quelli con cui siamo in pace. Ecco che allora diremmo così: il modo giusto di fruire del tempo e di fruire dello spazio, di stare dentro il creato e di vivere nello scorrere del tempo, è quello che ci permette di acquisire lo sguardo stesso di Dio, lo sguardo di Dio che è uno sguardo di totalità, che non dimentica nessuno di coloro che ha creato e lo sguardo di Dio che è sempre uno sguardo di compassione, uno sguardo di misericordia. E proprio questo, questa domanda di uno sguardo che è come quello di Cristo, come quello della Sua compassione, permette di continuare questa preghiera; ma fermiamoci un attimo e cominciamo a farci una domanda che diventa decisiva per l’ultima parte del nostro incontro: “Come sono abituato a stare nel tempo? Che cosa domando a riguardo del tempo che vivo? Che rapporto ho con il Signore in questo aspetto così decisivo per la mia vita?