• Pentecoste

    Pentecoste

    Cinquanta giorni dopo la Pasqua tutte le Chiese cristiane festeggiano la Pentecoste; la festa, originariamente, era vissuta come una festa di “chiusura” del tempo pasquale, fu nel terzo secolo che questa domenica iniziò ad assumere più specificatamente la memoria dell’evento della discesa dello Spirito Santo. Più avanti, attorno al VI secolo, soprattutto nella Chiesa d’Oriente alcune  eresie sorte sul tema trinitario, e la conseguente conferma della manifetsazione dello Spirito Santo come compimento della rivelazione trinitaria, portarono a configurare questo cinquantesimo giorno come festa della Trinità, rimandando la festa dello Spirito Santo al lunedi successivo.
    I significati di questa festa sono molteplici e ricchi di contenuti che riempiono di certezza, bellezza, luce e forza la vita e il cuore dei fedeli.
    Il Vangelo di Giovanni (GV 7, 37-52.8,12) riporta chiaramente che l’acqua promessa da Gesù significava lo Spirito Santo, che sarebbe disceso solo una volta che Lui fosse stato glorificato. Lo Spirito Santo disseta (ma in un certo senso anche alimenta) la sete spirituale, la grazia santificante della conoscenza di Dio e della docilità all’azione del Suo Spirito.

    23 Maggio 2021 - Domenica di Pentecoste - Vespro "della genuflessione"

    Vespro "della genuflessione"
    testi degli stichirà e dei doxastikon

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    “Sticheron” o (al plurale) “Stichirà” indicano un tipo particolare di inno, alternato a dei versetti letti in tono retto (stichi). I vespri celebrati in occasione delle grandi feste sono molto ricchi di questa innografia. Qui riportiamo quelli del “Vespro della Genuflessione” celebrato la Domenica di Pentecoste, in cui la Chiesa Orientale festeggia (a partire dal VI secolo) con particolare enfasi la Trinità, lasciando al lunedì successivo l’accento più specifico del dono dello Spirito Santo. I due temi sono da vedere in stretta correlazione in quanto il dono dello Spirito Santo manifesta la Chiesa che nella sua essenza, nella sua realtà totale, si rivela come immagine, icona della Trinità.

    Prima di riportare i testi degli inni del Vespro della Genuflessione, ricordiamo anche come, la duplice valenza della Trinità e del dono dello Spirito Santo sia rappresentata anche dalle icone, quella delle Trinità (celeberrima quella di Andrej Rublev) e quella della Pentecoste, con le lingue di fuoco che scendono sulla Madre di Dio e sugli Apostoli, rappresentati (con grande sapienza teologica) per la prima volta con l’aureola che esprime l’azione santificante.

    L’ufficio della genuflessione che, come detto, viene celebrato alla sera della domenica di Pentecoste, presenta preghiere molto lunghe, in cui il celebrante intercede per la Chiesa e il popolo di Dio, implorando la presenza operante di Cristo e dello Suo Spirito in tutte le circostanze dell’anno.

    La sequenza degli stichirà si apre col lucernario, col canto “Signore a Te ho gridato ascoltami”
    “Signore, a Te ho gridato, ascoltami;
    ascoltami Signore.
    Signore, a Te ho gridato ascoltami;
    intendi la voce della mia supplica,
    quando grido verso di Te
    ascoltami Signore
    Salga come incenso davanti a Te la mia preghiera,
     le mie mani alzate,
    in sacrificio della sera: ascoltami Signore”

    Segue la recita di alcuni salmi, ciascun versetto dei quali alternato all’invocazione ”Ascoltami Signore”.
    Si giunge al canto degli stichirà, alcuni dei quali ripetuti due volte.

    Segue la recita di alcuni salmi, ciascun versetto dei quali alternato all’invocazione ”Ascoltami Signore”.
    Si giunge al canto degli stichirà, alcuni dei quali ripetuti due volte.

    Primo e secondo sticheron del Lucernario

    “Oggi tutte le nazioni della città di Davide vedono meraviglie,
    quando lo Spirito discende sotto forma di lingue di fuoco
    come Luca – ispirato da Dio – cii racconta
    ‘ tutti i discepoli erano riuniti quando si udì un forte rumore di tuono
    che riempì la casa dove essi sedevano’; e tutti si misero a parlare le lingue straniere,
    per insegnare la nuova dottrina della Trinità Santissima”

    Terzo e quarto sticheron del Lucernario

    Lo Spirito Santo era, è e sarà senza principio e senza fine,
    della stessa dignità del Padre e del Figlio,
    Vita e datore di Vita,
    Luce e datore di Luce,
    Buono in sé stesso e Fonte di ogni bene,
    il Padre è conosciuto grazie a Lui,
    e il Figlio è glorificato,
    e a tutte le genti rivela l’unica potenza,
    l’unica unzione,
    l’unica adorazione della Trinità Santissima.”

    Come si vede, un dono insito nel dono stesso dello Spirito Santo è il riconoscimento della realtà trinitaria come fonte di vera vita, vera luce e vero bene.
    Ma altri temi vengono proposti dagli sticheron successivi, in cui si nota un richiamo all’innografia pentecostale della tradizione occidentale

    Quinto e Sesto sticheron del Lucernario

    Lo Spirito Santo è Luce e Vita,
    e viva sorgente spirituale,
    Spirito di sapienza,
    Spirito di scienza e di intelligenza,
    Spirito di giustizia e di bontà,
    dominatore e purificatore dei peccati,
    Dio che divinizza,
    fuoco che procede dal fuoco,
    che parla, agisce e distribuisce i carismi
    per Lui i profeti e gli Apostoli,
    insieme a tutti i martiri,
    sono stati incoronati.
    Strana visione e grande miracolo:
    il fuoco si divide per la diffusione dei doni”.

     

    Trinità dell'antico testamento (A.Rublev)
    Resurrezione

     

    Viene cantato (con una melodia più o meno articolata, al limite anche in tono retto)  il Gloria…Ora e sempre, a cui segue come di consueto il “doxastikon” (tipologia che indica appunto l’inno che si canta dopo il Gloria)

    “Re celeste,
    consolatore,
    Spirito di verità,
    Tu che sei presente in ogni cosa
    e ogni cosa riempi
    Arca di beni e datore di vita
    Vieni e abita in noi,
    purificaci da ogni macchia
    e salva, Tu che si buono,
    le nostre anime”

    Ricordiamo come quest’ultima invocazione venga sempre ripetuta all'inizio di ogni liturgia, ufficiatura, ritrovo comunitario o preghiera personale proprio per chiedere allo Spirito Santola vera fecondità di ogni momento.

    Riportiamo ora di seguito gli  “stichirà degli Aposticha” cioè gli stichirà cantati in occasione delle Grandi Feste nella parte finale del Vespro

    Primo Sticheron degli Aposticha

    “Ora le lingue di fuoco sono diventate un segno evidente per noi:
    i Giudei, da cui Cristo è nato nella carne
    per mancanza di fede decadono dalla Grazia di Dio,
    mentre alle genti è concessa la luce divina che supera ogni essenza;
    ed esse, confermate dalle parole dei discepoli,
    proclamano la Gloria di Dio, benefattore dell’universo.
    Inchinando, insieme a loro, il nostro cuore
    E piegando le ginocchia,
    prostriamoci con fede al Santo Spirito,
    confermati dal salvatore delle nostre anime”

    Secondo Sticheron degli Aposticha

    “Ora lo Spirito consolatore è effuso su ogni carne,
    iniziando dal coro degli Apostoli
    comunica in seguito la grazia ad ogni fedele;
    conferma la potenza della sua venuta con le lingue di fuoco
    che per la lode e la gloria di Dio sono concesse ai discepoli.
    Nella luce spirituale,
    fortificati nella  fede per il Santo Spirito,
    preghiamolo di salvare le nostre anime”.

     Terzo Sticheron degli Aposticha

    “Oggi gli Apostoli sono rivestiti dall’alto dalla forza di Cristo,
    che con l’invio del Consolatore li rinnova misteriosamente ello spirito.
    Parlando nella lingua di ciascuno essi predicano in modo mirabile,
    insegnandoci a venerare il benefattore dell’universo come l’unico Dio in tre ipostasi.
    Alla luce dei loro insegnamenti prostriamoci davanti al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo,
    pregandoli di salvare le nostre anime.”

    Dopo il canto del Gloria…Ora e sempre, viene cantato il Doxastikon degli Aposticha

    “Venite popoli,
    c
    antiamo la divinità in tre persone,
    il Figlio nel Padre con il Santo Spirito;
    poiché il Padre fuori del tempo genera il Figlio,
    che con Lui regna ed è a Lui consustanziale,
    e lo Spirito Santo è nel Padre
    glorificato con il Figlio.
    Unica potenza,
    unica sostanza,
    unica divinità,
    davanti a cui noi tutti ci prostriamo dicendo:
    ‘Dio Santo,
    che per mezzo del Tuo Figlio hai creato tutto con il concorso dello Spirito Santo;
    Santo e Forte,
    per il quale abbiamo conosciuto il Padre,
    e per cui lo Spirito Santo è venuto in questo mondo;
    Santo e Immortale,
    Spirito Consolatore,
    che procedi dal Padre e e riposi nel Figlio.
    Trinità Santissima, Gloria a Te’”.

    Concludiamo riportando il
    Tropario della festa di Pentecoste

    “Benedetto sei Tu, o Cristo nostro Dio,
    che hai reso sapienti dei semplici pescatori,
    effondendo su di loro il dono dello Spirito Santo,
    prendendo così nelle reti la terra abitata.
    Signore unico amico degli uomini, Gloria a Te!”

    Infine  ricordiamo come la presenza dello Spirito Santo e il riconoscimento della realtà trnitaria, si rinnovino continuamente in ciascuno nella celebrazione della Divina Liturgia; lo attesta in particolare il canto che il coro esegue, subito dopo la coumunione:"abbiamo visto la vera luce, abbiamo ricevuto loSpirito celeste, abbiamo trovato la vera fede, adorando la Trinità indivisibile, poichè essa ci salvò"

     

    31 Maggio 2020 - "Ogni bene procura lo Spirito Santo": la gioia della Pentecoste nella Chiesa d'oriente - a cura di Mons.Francesco Braschi

    Ogni bene procura lo Spirito Santo:
    la gioia della Pentecoste nella Chiesa d'Oriente

    Riflessioni di Mons.Francesco Braschi (Radio Maria, 2 Giugno 2020)
    Ascolta l'audio

    Dopo le riflessioni dedicate al tempo pasquale, ci sembra importante provare a gustare qualcosa di quell’enorme tesoro di preghiera, ma anche di insegnamento e di bellezza, che sono i testi liturgici della Chiesa d‘Oriente legati alla Pentecoste. Testi liturgici che nascono in gran parte in lingua greca, poi entrano a far parte del patrimonio della chiesa bizantino-slava, con le prime traduzione ad opera di Cirillo e Metodio e poi di quanti li seguono e che ancora oggi sono un patrimonio utilizzato dalla chiesa ortodossa e dalle chiese cattoliche di rito orientale.

     

    Resurrezione
    Icona della Petecoste

     Il primo è il tema della Santissima Trinità. L’Occidente che cosa ha fatto? L’Occidente ha collocato la festa della Santissima Trinità alla domenica dopo Pentecoste, perché appunto la domenica dopo Pentecoste, dopo aver celebrato la venuta e la piena manifestazione dello Spirito Santo, diventa il momento in cui fermarci a fissare, a ricapitolare, a compendiare la dottrina della Trinità, che appunto viene rivelata pienamente con la piena rivelazione dello Spirito Santo, la terza persona della Trinità.

    La Chiesa d’Oriente, invece, tiene questa tematica trinitaria dentro la domenica di Pentecoste. Tant’è vero che, per quanto riguarda la Chiesa d’Oriente, la commemorazione della discesa dello Spirito sugli Apostoli, quindi la memoria del fatto storico che dà il nome alla Pentecoste cristiana, viene celebrata, pur non mancando anche nella domenica di Pentecoste, il lunedì di Pentecoste, il giorno dopo, dove l’accento è maggiormente su quello che avviene. Mentre la domenica, appunto, è più una meditazione corale, è una riflessione che la Chiesa fa su che cosa significa la conoscenza dello Spirito Santo. Allora proviamo a guardare fin dal Vespero del sabato della Pentecoste, quindi dal primo dei momenti che si affacciano sul giorno di Pentecoste, che cosa dicono i testi della liturgia.....Leggi tutto

    31 Maggio 2020 - Pentecoste: riflessioni e approfondimenti sulle preghiere e sull'icona

    Domenica di Pentecoste

    Tra i tanti temi che questa festa suggerisce e porta all'attenzione, ne riportiamo alcuni particolarmente cari alla tradizione orientale.

    1. Con la missione delle Apostoli, vivificati dal dono dello Spirito Santo, inizia la redenzione del mondo, dell'uomo e della natura, inizia "l'ultimo giorno" che ci conduce alla manifestazione detfinitiva della Gloria di Dio.
      La Pentecoste è la festa della natura e del cosmo, la festa della storia come rivelazione della volontà di Dio sul mondo e sull'uomo, la festa del futuro trionfo, della vittoria di Dio sul male, dell'avvento del grande e ultimo "giorno del Signore" che inizia con l'annuncio della salvezza a tutto il mondo; la Pentecoste è "l'inizio della storia"...per i cristiani, la Pentecoste è il compimento dell'opera di Gesù; Gesù aveva parlato del Regno di Dio ed eccolo svelarsi nell'annuncio; aveva promesso lo Spirito del Padre che avrebbe condotto alla Verità ed ecco che questa promessa si compie.
      Il mondo, la storia, il tempo, la vita, vengono colmati del loro significato ultimo. E' cominciato nel mondo l'lutimo e grande giorno del Signore.
      (1).
      Questo annuncio di salvezza, che scatiurisce dalla Pentecoste grazie alla nascita e alla missione stessa della Chiesa, è il tema di uno dei tropari della festa: "Benedetto sei Tu, o Cristo nostro Dio, che hai reso sapienti dei semplici pescatori, effondendo su di loro il dono dello Spirito Santo, prendendo così nelle reti la terra abitata; Signore unico amico degli uomini, gloria a Te.".
      Così pure il Prokemenon: "Per tutta la terra si diffonde la loro voce; ai confini del mondo la loro parola"
    2. Un secondo aspetto di assoluta importanza è il richiamo all'unità insito nel fatto stesso riportato nel Vangelo: le "lingue di fuoco" che scendono sugli Apostoli danno la facoltà  a dei poveri pescatori di parlare in tutte le diverse "lingue"; mentre con l'insipienza dell'uomo le "lingue" erano diventate in Babele fonte di divisione e di incomprensione tra gli uomini, la Sapienza di Dio col dono delle "lingue di fuoco" della  Pentecoste chiama all'unità tutti i popoli; questo è sottolineato dal bellissimo testo del Kondak della festa: "Quando l'Altissimo discese sulla terra confuse le lingue e disperese i popoli; ma quando distribuì le lingue di fuoco chiamò all'unità le genti. Celebriamo con un'unica voce la gloria dello Spirito Santissimo".
    Trinità dell'antico testamento
    Resurrezione

    L'icona: quella che viene mostrata qui è della Scuola di Novgorod del secolo XVI.
    In essa si riscontra subito la presenza della Vergine Maria, (coerentemente con quanto riportato dai Vangeli, nella Domenica di Pentecoste nel cenacolo era presente anche la Madre di Dio) e la presenza, nella parte inferiore di un personaggio con abiti e corona regali. In alfre rappresentazioni iconografiche può apparire uno solo di questi soggetti, o anche nessuno.

    Come sempre nelle icone, la rappresentazione iconografica è finalizzata a trasmettere il significato teologico della festa; diamo solo alcuni spunti di comprensione:
    - gli apostoli sono rappresentati per la prima volta con l'aureola, perchè solo grazie al dono dello Spirito Santo essi iniziano a partecipare realmente alla vita divina
    - la parte superiore è "aperta" verso l'esterno, a significare che da quel momento l'annuncio del Regno di Dio viene diffuso in tutto il mondo; gli edifici ai lati rappresentano la Chiesa
    - la parte inferiore riporta un personaggio regale; è la rappresentazione del cosmo, che (ancora nelle tenebre) attende la rivelazione...il panno che tiene tra le mani ha appoggiati 12 rotoli che rappresentano la predicazione degli aposgtoli. Il cosmo attende l'annuncio delle liberazione, della redenzione che solo la Chiesa, costituita dal dono dello Spirito può annunciare a tutti.

    Ricordiamo ancora (tra i tanti) alcuni passaggi nella celebrazione della Divina Liturgia, in cui lo Spirito Santo e la Trinità vengono esplicitamente pregati:
    - all'inizio di tutta la celebrazione come invocazione (preghiera presente tra l'altro in tutte le officiature): "Re celste, consolatore, Spirito di Verità, Tu che sei presente in  ogni luogo ed ogni cosa riempi, arca di beni e datore di vita, vieni e abita in noi, purificaci da ogni macchia e salva, Tui che sei buono, le nostra anime"

    (spartito in formato PDF)

    - subito dopo la comunione (ricevuta sotto le due specie del pane e del vino) : "Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l'indivisibile Trinità: essa infatti ci ha salvati". I doni santificati dallo Spirito Santo diventano per coloro che li ricevono luce veritiera, fede vera e lode alla santa Trinità. (2)

    Cosa comporta in noi il dono dello Spirito Santo? cosa produce? Accenniamo un fatto sostanziale legato ai Sacramenti, rimandando l'approfondimento alla nota in calce.
    Lo Spirito Santo che ci viene donato nel battesimo viene pienamente realizzato nel sacramento della confermazione: nel sacramento della Confermazione lo Spirito Santo compie ciò che il Battesimo ha gia sostanzialmente donato, pone il sigillo della perfezione alla divinizzazione dell'uomo (theosis), la quale è immersione dell'uomo nella vita trinitaria e si realizza secondo la dinamica pasquale, cioe nella stesso modo con il quale Cristo ha portato la natura umana all'interno della vita divina. La pienezza dello Spirito rende operativa la divinizzazione dell'uomo(3).

    Riferimenti:
    (1): A. Schmeman, "i passi della fede", Ed. "La casa di Matriona" - per acquistare il libro clicca qui)
    (2) Manuel Min - Osservatore Romano: "Cristo illumina con lo Spirito e  convoca all'unità)
    (3) Pavel Prorokov - "Teologia ed economia nella Liturgia di Pentecoste" - in «Russia Cristiana», 3/1969 (105), pag. 12; Archivio del portale "la Nuova Europa"

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    Ascensione di Gesù al cielo

    Ascensione di Gesù al cielo

    Quaranta giorni dopo la Pasqua, quindi nel Giovedi della sesta settimana di Pasqua, tutta la Chiesa festeggia l’Ascensione al cielo di Gesù.Il Vangelo di Luca (Lc 24, 36-53), con la semplicità schietta e concreta che si riscontra in tutti i vangeli,  riporta l’episodio con tratti brevi ed essenziali.
    Poi (il Signore Gesù) condusse (gli apostoli) fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
    Gesù, quindi, si “separa” da noi; ma la gioia degli apostoli sta nella certezza della Sua Presenza, proprio grazie a questo “distacco”:  “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”

    L’Ascensione di Cristo nella Chiesa d'Oriente: dono da contemplare e compimento dell’umanità - Mons. Francesco Braschi - Radio Maria 4 maggio 2021

    Proprio perché ci stiamo avvicinando alla fine del tempo pasquale, questa sera ci soffermiamo sulla festa dell’Ascensione, festa particolarmente bella e importante.

    Iniziamo col chiederci che cosa ci permette di celebrare la festa dell’Ascensione e soprattutto quali sono gli spunti che vengono offerti alla vita spirituale di ciascuno di noi grazie a questa festa.

    Possiamo innanzitutto ricordare che la festa dell’Ascensione nasce quando a Gerusalemme si fa sempre più forte l’esigenza di celebrare i vari momenti della vita di Gesù nei luoghi che li hanno visti, e dunque a Gerusalemme ci si recava sul Monte degli Ulivi per ricordare il giorno dell’Ascensione.

    Così in quello che nel rito bizantino era una celebrazione unica, ovvero il tempo Pasquale (ma questo avveniva anche nel rito romano perché parliamo del IV secolo quando c’era ancora una parentela molto stretta), quello che era un tempo di 50 giorni, che andava dalla Pasqua alla Pentecoste, che celebrava come un tutt’uno tutta la ricchezza della Resurrezione di Gesù, in questo tempo si comincia a celebrare con particolare solennità il quarantesimo giorno, il giorno dell’Ascensione, proprio per ricordare in quel giorno l’episodio che viene riportato dagli Atti degli Apostoli e dal Vangelo di Luca appunto quello dell’Ascensione di Gesù al cielo.

    Così questa festa diventa, da un lato, un arricchimento del tempo di Pasqua, perché è il Gesù risorto che ascende al cielo; e nello stesso tempo prepara la Pentecoste, perché Gesù dice: “quando sarò asceso al cielo vi manderò un altro consolatore, lo Spirito Paràclito, lo Spirito che il mondo non conosce”.

    In questo quadro così ricco l’Ascensione prende l’aspetto di un vertice, di un punto di arrivo della storia della salvezza: lo dice così un tropario: “portando a compimento il mistero dell’economia o Signore sei salito verso il Monte degli Ulivi ed ecco sei penetrato nel firmamento del cielo”. Che cosa significa “portando a compimento il mistero dell’economia”? L’uomo si è allontanato da Dio, si è staccato da Dio, e questo come si collega all’Ascensione? ...leggi tutto 

    Per ascoltare la lezione dal sito di Radio Maria, clicca qui

    Ascensione: brevi riflessioni dalla tradizione orientale

    Nella liturgia bizantina, il mercoledì sera si celebra il cosiddetto "congedo di Pasqua" ; in questo giorno l'inizio e la fine della liturgia sono identici a quelli della festa di Pasqua; in un certo senso ci si congeda dalla Pasqua, ma come gli apostoli che "erano ripieni di gioia" anche noi oggi festeggiamo questa Sua presenza che salendo al cielo rimane sempre con noi...La festa dell'Ascensione è la festa del Cielo che si apre all'uomo come dimora autentica...il cielo è la verità ultima della terra.
    Chi dal cielo è disceso sulla terra per restituirci il cielo? Dio. Chi dalla terra è asceso al cielo? L'uomo Gesù. Dio si è fatto uomo perchè l'uomo potesse diventare Dio (Sant'Atanasio il Grande),Dio è disceso sulla terra affinchè noi ascendessimo al cielo. Se in Lui l'uomo si innalza, e non cade, allora in Lui anch'io posso avare accesso all'Ascensione, vi sono chiamato e in questo si svela il fine, il significato e la gioia ultima della mia vita sulla terra. Questo è ciò a cui, dall'eternità, Dio ci chiama.

    (A. Schmeman, "i passi della fede", Ed. "La casa di Matriona" - per acquistare il libro clicca qui)

    Con l’Ascensione al cielo di Cristo, alla destra del Padre ora siede anche l’umana natura, perché Cristo rimane Dio e uomo, come spiega molto bene un altro stichiròn: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l'hai fatta sedere con te accanto al Padre».

    Ecco, la nostra natura umana adesso siede accanto al Padre nell’umanità di Cristo, primizia del posto dove anche noi siamo destinati ad andare. Poi dice: «Per questo le celesti schiere degli angeli, sbigottite per il prodigio stupivano e prese da timore, magnificavano il tuo amore per gli uomini». È proprio l’amore di Dio per gli uomini a far sì che Dio voglia la presenza dell’umanità di Cristo nel seno della Trinità e questo dice tutta la nostra dignità.
    Concludiamo con un tratto tipico della tradizione bizantina che all’Ascensione vuole anche la presenza della Madonna al Monte degli Ulivi: «O Signore, compiuto nella tua bontà il mistero nascosto da secoli e generazioni, sei andato con i tuoi discepoli al Monte degli Ulivi insieme a Colei che ha partorito Te, creatore e artefice dell’universo. Bisognava infatti che godesse di immensa gioia per la glorificazione della tua carne colei che come madre più di tutti aveva sofferto nella tua passione. E anche noi, Sovrana, partecipi di questa gioia per la tua salita ai cieli glorifichiamo la grande misericordia che hai usato con noi».

    Ascensione

    È un tratto molto bello, anche teologicamente molto ricco, perché che cos'è l’ascensione al cielo se non la perfezione, il compimento della carne umana di Cristo che viene definitivamente assunta nella Trinità rimanendo appunto umanità? In questo senso possiamo dire che era giusto che colei che è stata all’inizio dell’incarnazione ne vedesse anche il compimento. Da qui questo tratto così dolce, così affettuoso della Chiesa d’Oriente che vede la Vergine anch’essa presente al momento dell’ascensione.

    (Riflessioni di Mons.Francesco Braschi
    trascrizione non rivista dall'autore)

    Dopo aver compiuto tutto il piano di salvezza,e dopo aver ricongiunto ola terra al cielo, sei asceso nella Gloria o Cristo nostro Dio, senza abbandonarci ma permanendo inseparabilmente unito ai tuoi, e dicendo a quanti ti amano:"Io sono sempre con voi e nulla prevarrà contro di voi.

    (tropario dell'Ascensione)

     

     

     

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    Gioite o popoli, e convertitevi, Dio è con voi.

    Gioite o popoli, e convertitevi, Dio è con voi.

    “Gioite o popoli, e conventitevi, Dio è con voi”:
    lo stupore fecondo del Natale

    Riflessioni di Mons.Francesco Braschi (Radio Maria, 1 Dicembre 2020)
    Ascolta l’audio

    ​In questo incontro vogliamo soffermarci a contemplare il cammino verso la festa del Natale, in particolare considerando come la Chiesa d’Oriente ne vive la preparazione.

    La preparazione al Natale è un dato comune tanto alla liturgia d’Oriente come a quella d’Occidente. La liturgia d’Occidente conosce il tempo dell’Avvento della durata di quattro settimane nel rito romano e di sei settimane nel rito ambrosiano. In altre parole, c’è la consapevolezza che è necessario prepararsi per accogliere degnamente la venuta del Signore, venuta che accade appunto nella festa del Natale.

     

    Icona del Natale

    Preparazione al Natale

    Anche la Chiesa d’Oriente, in particolare quella di tradizione bizantina, conosce un tempo di preparazione che inizia intorno al 14 novembre, e dunque copre un ambito di sei settimane, tanto che viene chiamata la Quaresima di preparazione al Natale e queste sei settimane di preparazione hanno anch’esse come contenuto fondamentale proprio l’idea di un cammino, di un’ascesa: come gli antichi ebrei salivano a Gerusalemme per le grandi feste nel tempio, allo stesso modo i cristiani sono invitati a “salire” verso la festa del Natale.

    Perché “salire”? Il perché lo diranno poi le antifone, i tropari che si recitano e si cantano nei giorni di Natale: perché bisogna purificare lo sguardo, bisogna essere capaci di vedere; perché bisogna essere capaci di stupirsi e di gioire, ma la gioia viene solo dopo che si è riconquistata la capacità di stupirsi come i bambini. Da che cosa sono nutriti questo stupore e questa gioia, di quale consapevolezza bisogna nutrirsi crescendo in essa per arrivare al Natale?

    Ecco, diciamo che nel rito bizantino la preparazione remota è quella che inizia dal 14 novembre e dal mattino del 21 novembre comincia a cantare alcune antifone che saranno poi antifone del canone del Natale. Quindi è come un cominciare a fare memoria, un cominciare ad anticipare il contenuto della festa, mentre nello stesso tempo ci sono poi dei temi particolari che riempiono il tempo di attesa. Ricordiamo in particolare la presenza di alcune feste importanti di santi: pensiamo soprattutto alla festa di san Nicola, che cadendo il 6 dicembre, cade sempre durante il periodo di preparazione al Natale; o anche il giorno della festa di sant’Andrea, il 30 novembre. Anche questo giorno ha una caratterizzazione che lega questa festa all’arrivo del Natale.

    Dobbiamo infatti dire una cosa: la liturgia bizantina non ha il principio della liturgia romana post-conciliare che prevede per es. che, quando si festeggia un santo, si festeggia quello e soltanto quello. Potremmo dire che liturgia bizantina ha un principio “accumulativo”, così come l’antica liturgia ambrosiana: accanto alla celebrazione del santo principale puoi avere delle antifone, dei salmi, dei responsori per ricordare che in quel giorno si celebrano anche altre feste e altre memorie. La liturgia bizantina fa questo, per cui la presenza quasi in sottofondo, quasi come una tonalità continua di queste antifone che già fin dalla metà di novembre annunciano l’arrivo del Natale, è arricchita ulteriormente da tutte le altre celebrazioni che riempiono questo mese e mezzo.

    Ma ora vorrei fermarmi soprattutto su due momenti della preparazione al Natale, due momenti particolarmente importanti: le due domeniche che precedono il Natale e che vengono dedicate una alla memoria dei progenitori secondo la carne di Gesù (è la domenica che cade vicino all’11 dicembre) e la seconda domenica, la domenica appena precedente la natività di Cristo (quella attorno al 18 dicembre) è quella in cui si fa memoria di tutti i padri che dall’inizio del mondo si sono resi graditi a Dio, da Adamo fino a Giuseppe.

    Allora, qual è la ricchezza di queste due domeniche che hanno anche alcune antifone e personaggi in comune? Che sguardo portano queste due domeniche? Ecco, potremmo dire che la prima caratteristica è quella di dare un enorme valore alla storia prima di Gesù. La nascita di Gesù – che pure è un avvenimento straordinario, inatteso, davanti al quale non si può non stupirsi – riassume in sé la storia di tutti i progenitori, cioè tutta la storia che dal momento della creazione fino alla nascita di Cristo si è svolta sotto lo sguardo di Dio e si è svolta con un intreccio di libertà: la libertà dell’uomo, che pure cade e si mette in una posizione di inimicizia nei confronti di Dio, ma anche la libertà misericordiosa di Dio che continuamente cerca di stare dietro all’uomo, di rincorrerlo, di avvicinarsi a lui, di riconquistarlo a sé. Ecco la prima caratteristica che noi ricaviamo è questa attenzione al tema della storia.

    È un’attenzione particolarmente importante per noi, particolarmente preziosa soprattutto in questo tempo, perché la nostra considerazione oggi è una considerazione che non ha più il senso della storia. Noi oggi ci mettiamo a guardare l’attualità, siamo tutti dipendenti dalle ultime notizie, anche questo tempo così particolare in cui sperimentiamo tutta la nostra fragilità, è comunque un tempo che viviamo senza memoria, al quale siamo arrivati in gran parte impreparati proprio perché nessuno di noi più si ricordava la situazione di debolezza, di pestilenza, di malattia. Ecco, questo è solo in segno di una modalità di stare nel mondo, nella realtà, dove sempre più frequentemente ci riteniamo i primi a fare qualunque esperienza: abbiamo dimenticato il senso della storia.

    Ecco allora che non abbiamo più memoria di cosa significhi stare davanti a momenti in cui la morte diventa una prospettiva sempre più vicina; neanche più ci ricordiamo di come i nostri antenati avevano imparato a stare in queste situazioni sviluppando uno sguardo sulla vita e sulla morte sicuramente meno impaurito del nostro, meno sprovveduto, meno incapace di articolare una risposta, mentre noi ci lasciamo come paralizzare dalle difficoltà, dalle fatiche che viviamo.

    E, allora, che la Chiesa bizantina ricordi la storia dei progenitori, ricordi che Gesù arriva in un mondo che ha tanti secoli alle sue spalle, in un mondo che ha già visto vicende di peccato e di liberazione, che ha già visto la presenza di Dio a tante storie umane, ci aiuta proprio a ricordare questo aspetto: non c’è nessuno degli uomini e delle donne che nascono a questa terra che sia insignificante agli occhi di Dio. Ma non solo che non sia insignificante perché Dio decide di dare a lui un valore, ma perché anche questa persona, anche questo uomo, chiunque egli sia, ha un suo ruolo, un suo significato all’interno della storia di salvezza che Dio vuole costruire.

    Questo è anche il punto di partenza per la considerazione della misericordia di Dio, perché lo sguardo sui progenitori non è soltanto lo sguardo sui santi padri che sono stati graditi a Dio – questo lo mette in luce l’ultima domenica prima di Natale -, ma la seconda domenica prima di Natale è lo sguardo sui progenitori, cioè su tutti quelli che sono vissuti prima di Cristo nella storia della salvezza; e noi sappiamo bene che tra di loro non ci sono soltanto dei santi: tra di loro ci sono anche delle figure controverse, delle persone che hanno conosciuto il peccato, la lontananza da Dio, la ribellione a Lui. Questo, allora, ci fa riflettere su un altro aspetto: la venuta di Cristo è una venuta che ri-offre, che ri-propone la salvezza non perché noi ce la meritiamo, non perché noi siamo capaci di comprenderla e di accoglierla, ma a partire dalla smisuratezza dell’amore di Dio.

    Allora, ecco la prima domanda che il senso del periodo prima di Natale pone a ciascuno di noi.

    Lo dice molto bene padre Aleksandr Šmeman, sacerdote e teologo russo vissuto negli Stati Uniti durante il secolo scorso, il quale introduce così il tempo prima del Natale: «La prima cosa che vuole donarci il tempo di attesa e preparazione credo che sia proprio questo: guardate come siamo lontani!… Ci sembra che la nostra vita così rumorosa, fuggente, attenta unicamente all’esteriorità sia la vera vita da vivere. Ecco, la prima cosa che dobbiamo percepire (nell’avvicinarsi del Natale) è la distanza che ci separa dalla vita vera… Infatti, si è perduta, è svanita chissà dove, questa vita vera che si percepisce con intensità nell’infanzia – una vita colma di purezza, bene, amore, felicità. L’abbiamo persa, e intorno a noi non vi sono che astio e stanchezza, invidia e indifferenza… In questa notte gelida la nostra anima è stretta in una morsa di freddo».

    E noi oggi potremmo dire che a questo si aggiunge la paura e lo smarrimento. Ma la preparazione al Natale è un tempo che ci dice: «Eppure, la vita vera esiste; sopra di noi splende la stella che chiama alla luce, all’amore, a rendere grazie. Ci chiama ad abbandonare le vanità, a rientrare in noi stessi, a vedere con gli occhi dello spirito quello che ormai abbiamo quasi disimparato a vedere…»

    Ecco, la prima domanda che il tempo prima di Natale ci pone è allora: «Ma tu, di che cosa vivi? Hai ancora qualche cosa da aspettarti? Hai soprattutto la disponibilità ad accogliere un dono che ti verrà fatto, che sai già che sarà più grande di tutte le tue attese? Oppure vorresti costringere anche Dio nella limitatezza dei bisogni che ti accorgi di avere a volte, o dei quali tante volte sei incosciente, [poiché] percepisci soltanto un vago senso di disagio»?[1].

    Ecco, questo è il primo aspetto della preparazione al Natale.

    [1]     A. Šmeman, I passi della fede – Conversazioni domenicali, passim, ed. Casa di Matriona, p. 54.

    La domenica dei progenitori

    E la Domenica dei Progenitori, questo ricordo di tanti uomini e donne che sono vissuti prima di Cristo, ci fa vedere qualcosa di questa povertà umana che viene presa, accolta da Dio e trasformata in una vita di salvezza. Allora, vediamo chi sono questi santi progenitori che vengono guardati e che diventano come un esempio per ciascuno di noi.

    Per esempio, di Adamo, il primo ad essere ricordato, si dice: «Onoriamo Adamo, il primo padre che è stato onorato dalla mano del creatore. È divenuto progenitore di noi tutti, e riposa con tutti gli eletti nei tabernacoli celesti». “Tabernacoli celesti” è un modo per dire nelle tende del cielo, cioè nel paradiso. Già questo onore riservato ad Adamo non può non colpirci. È vero Adamo è il padre di tutto il genere umano, ma è anche colui che ha peccato, colui che ha buttato via la bellezza, la beatitudine, l’unione con Dio in cui era stato creato, eppure di lui la liturgia bizantina dice: «Riposa con tutti gli eletti nelle tende del cielo».

    È già questo un annuncio di salvezza, è l’annuncio che Dio non si lascia fermare dal peccato, non si lascia volgere a una vendetta senza appello, ma questa antifona della liturgia è come se ci dicesse: «Guarda che stai per celebrare quella festa, il Natale che ha contribuito a ridare la gioia, la beatitudine perfino ad Adamo».

    O ancora: «Il Dio e Signore di tutte le cose accolse Abele che offriva doni con anima nobilissima e, quando fu ucciso da mano assassina, lo portò verso la luce come martire divino». Anche Abele non è un personaggio che faccia fare all’umanità una grande figura, perché Abele è la prima vittima di un fratello, è il primo uomo assassinato. Eppure, anche questo uomo assassinato diventa un martire divino, portato verso la luce, altra caratteristica del Natale. Il Natale è capace di ridare significato persino a una morte ingiusta, a una morte che sembra soltanto male.

    O ancora, abbiamo il ricordo di Set, il figlio che Adamo ed Eva ebbero dopo la morte di Abele e la fuga di Caino. Di Set la Bibbia dice che cominciò a invocare il nome del Signore. Potremmo dire che Set, dopo la morte di Abele e il fallimento di Caino, rappresenta la ripresa del cammino dell’umanità, e dunque anche la possibilità di avere un dialogo che continua con Dio, una storia di salvezza. Dice, infatti, la Bibbia al capitolo 4 della Genesi: «A Set nacque un figlio che egli chiamò Enos. Allora si cominciò a invocare il nome del Signore». Ecco, la ripresa del rapporto con Dio. E si dice così: «Si canta nel mondo l’ardore di Set per il creatore. Egli lo ha realmente servito con condotta irreprensibile dall’intimo dell’anima ed ora grida dalla regione dei viventi “Tu sei il Santo, Signore!”». E poi, ancora, «Con la bocca, con la lingua, con il cuore, il mirabile Enos, il figlio di Set, sperò nel suo spirito di invocare con intelligenza divina il Dio sovrano dell’universo e, avendo vissuto in terra in modo a Lui gradito, ne riportò gloria». Ecco, abbiamo la ripresa dell’umanità dopo il peccato non solo di Adamo ed Eva, ma anche di Caino nei confronti di Abele.

    E ancora andiamo avanti. Anche Noè dice qualcosa del Natale: «Offriamo una lode a Dio onorando con inni Noè, vero giusto, adorno di tutti i divini comandamenti. Ha mostrato di essersi reso gradito a Cristo. Vedendo Dio la nobiltà del tuo animo, la tua integrità, la tua perfezione in tutto, o Noè, ti rese in realtà principe del secondo mondo, colui che gli ha salvato il seme di ogni stirpe dopo l’esperienza del diluvio, come Egli stesso aveva ordinato».

    Qui è interessante notare che anche Noè dice qualcosa di Cristo, perché Noè è colui che è capace di salvare il seme di ogni stirpe dopo l’esperienza del diluvio e, dunque, preannuncia la capacità di Cristo, come Lui stesso dirà nel Vangelo, di essere venuto a salvare ciò che era perduto e nel vangelo di Giovanni dice: «Non voglio che nulla di ciò che il Padre mio mi ha dato si perda». Ecco, Noè anticipa l’attitudine di Cristo alla misericordia.

    Procedendo ancora troviamo la figura di Abramo: «Abramo fu fatto degno di vedere il giorno del suo creatore e fu ricolmo di gioia spirituale. Onorandolo, dunque, con rettitudine di mente, proclamiamolo tutto beato come fedele servo di Dio». E poi aggiunge: «O Abramo beatissimo, tu hai contemplato la Trinità per quanto è permesso all’uomo e Le hai offerto ospitalità come sincerissimo amico. Hai così ottenuto la ricompensa della singolare ospitalità con il divenire in forza della fede padre di genti senza numero». Infatti, di Abramo ricordiamo come alle querce di Mamre incontrò tre angeli, o tre viandanti, come si dice appunto nel libro della Genesi, ai quali imbandì un pranzo con la sua ospitalità e dai quali ebbe poi l’annuncio della nascita del figlio Isacco. Anche in questo caso Abramo è colui che ha la prima manifestazione, ancora adombrata, ancora nascosta, ma reale, della Santa Trinità e, dunque, dirà poi Gesù nel vangelo: «Abramo vide il mio giorno e ne gioì». Quindi Abramo, così lontano, 1800 anni prima della nascita di Cristo, è già colui che è capace di gettare un ponte verso la gioia del Natale. Ecco, questa domenica seconda prima della Natività ci mette davanti queste ed altre figure. E soprattutto è proprio questo l’aspetto interessante: non è semplicemente un catalogo di storie pie o di esempi virtuosi, ma piuttosto è la storia di come Dio ha preparato la venuta del suo Figlio quasi abituando a poco a poco gli uomini a riconoscere i tratti fondamentali del modo in cui Lui agisce. Allora, potremmo dire che tutta la storia prima di Cristo diventa come un insieme di tante pietre che costruiscono una casa, la casa perché il Figlio di Dio possa porre la sua dimora in mezzo agli uomini. In altre parole, qua si vede già l’inizio dell’incarnazione, che non è soltanto il divenire uomo del Figlio di Dio, ma è il suo abbassamento, il suo svuotamento come dice san Paolo nella lettera ai Filippesi. E il suo svuotamento è proprio per riuscire a raggiungere ciascuno di noi là dove noi per primi non vorremmo stare a contatto con la nostra povertà. Cristo invece arriva fin lì, e quindi questo suo Natale non è soltanto una manifestazione di tenerezza, ma innanzitutto lo stupore per una misericordia inaudita.

    La domenica prima di Natale

    La domenica appena prima del Natale è quella in cui si legge un brano fisso del Vangelo, quello della genealogia di Gesù. È un brano che si legge anche nelle liturgie romana e ambrosiana, ma è un brano che quasi mai viene spiegato e nemmeno ascoltato con grande attenzione, perché lo si sente soprattutto come un lungo e noioso elenco di nomi. Ecco, questa sera vorrei osare provare a leggere insieme con voi questo brano, soffermandoci almeno sui nomi principali che a noi dicono poco se non abbiamo un’ampia consuetudine con la Bibbia, ma che ci aiutano a capire ancora di più perché l’arrivo del Natale ci colma di gioia e di stupore.

    Il brano, versetti 1-16, è tratto dal primo capitolo del vangelo di Matteo:

    «1Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.»

    Sappiamo che la genealogia era un vero e proprio genere letterario, perché laddove non esistevano le anagrafi con i certificati di nascita, narrare chi erano i propri antenati significava dire già chi sono io: io sono uno che ha una storia, uno che è il prodotto di una serie di storie di uomini con le loro luci e le loro ombre. Ecco, Cristo stesso, diventando uomo, si sottomette a questa legge: diventa anche Lui uno che verrà guardato e giudicato in base ai suoi antenati, in base alla famiglia da cui discendeva. Sappiamo che verrà chiamato il figlio del carpentiere, alludendo a Giuseppe, ma soprattutto in questo Cristo condivide con noi un dato della vita che spesso per noi è faticoso. Ciascuno di noi nasce in una condizione precisa, che non è soltanto legata alla ricchezza o meno della propria famiglia, ma è soprattutto una storia affettiva, una storia di parenti dai più prossimi ai più lontani che hanno segnato le vicende della mia famiglia, che mi hanno lasciato delle eredità pesanti, che mi hanno lasciato dei doni, che a volte mi sembra che mi abbiano determinato, un atteggiamento della mia famiglia che magari vivo come una gabbia, come qualcosa di faticoso.

    Ecco, Cristo viene con una genealogia alle spalle, prendendo su di sé una storia che arriva fino ad Abramo, proprio perché in questo modo ci vuole dire che Lui è il Signore anche di queste storie ed è capace di liberarci anche dalle fatiche e dai pesi che ci portiamo addosso per la storia familiare in cui siamo capitati.

    «2Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli…»

    Abramo è colui che dice di sì al Signore che lo chiama a uscire dalla sua terra, ma Abramo è anche colui che si fida di Dio, ma nello stesso tempo è come se volesse continuamente preparare già lui a Dio il modo di compiere la sua promessa. Abramo è sterile, non ha figli e questa era la più grande sventura per un uomo del suo tempo e, quando Dio gli promette una discendenza che però tarda ad arrivare, ecco che Abramo le prova tutte per costruirsi lui un proprio discendente. Prima vuole adottare come figlio il capo dei suoi servi e chiede al Signore di benedirlo. Ma il Signore gli dice: «No, uno nato da te sarà tuo figlio». Poi si fa prestare da Sara una delle sue schiave e la mette incinta, perché secondo le consuetudini del tempo questo permetteva di avere una discendenza. Ne nasce Ismaele, che Sara, gelosa, vuole cacciare insieme ad Agar, la schiava da cui è nato. E Abramo dice al Signore: «Se almeno Ismaele trovasse benevolenza ai tuoi occhi!». Ma il Signore dice: «No, uno nato da te e da Sara sarà il tuo discendente». Finalmente, in seguito all’apparizione di questi tre angeli alle querce di Mamre ci sarà la gravidanza di Sara e la nascita di Isacco.

    Isacco è una figura molto più debole che non Abramo, una figura quasi di raccordo tra Abramo e Giacobbe, eppure anche Isacco fa parte della schiera di antenati di Cristo. Giacobbe è colui che nasce già in conflitto con il suo gemello Esaù. Giacobbe è colui che con un sotterfugio, con un inganno, orchestrato insieme alla madre, riesce a carpire la benedizione da suo padre Isacco e per tutta la vita dovrà scappare dal fratello che vuole vendicarsi per essere stato derubato della primogenitura.

    Poi «Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli» e tra questi c’è anche Giuseppe, che per invidia venne venduto dai suoi fratelli come schiavo in Egitto. Ecco, Gesù prende su di sé questa storia familiare così densa di meschinità, ma anche di disponibilità a lasciarsi riprendere dal Signore.

    «3Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram,»

    Tamar è la prima donna che compare nella genealogia di Gesù. Ma chi è questa donna? La storia di Tamar è un racconto abbastanza complesso per noi. Racconta come Tamar era stata scelta come figlia da Giuda per il suo primogenito Er. Ma Er, questo figlio dato a Tamar da suo padre, si era messo a peccare contro il Signore. Er a un certo punto muore e Tamar resta senza figli e vedova. Ora noi sappiamo che nell’Antico Testamento per una donna il restare vedova senza figli non era soltanto un disonore, una sventura, ma voleva dire anche rimanere senza un tutore, senza chi le facesse da rappresentante legale, poiché la donna non aveva una piena personalità giuridica. Proprio per questo motivo la legge patriarcale, e poi la legge di Mosè, permetterà alla donna che restava vedova e senza figli di ottenere da un fratello del marito di essere presa come moglie, messa incinta e poter quindi generare un figlio che attraverso il fratello del marito defunto, in qualche modo continuasse la famiglia. Ecco, Tamar vorrebbe questo secondo le consuetudini del tempo, ma il fratello di Er rifiuta, perché non vuole rischiare di dover dividere l’eredità anche con il figlio avuto con la cognata. Allora, Tamar, vedendo che non riesce a ottenere quello che era un suo diritto, si traveste da prostituta, si mette al crocicchio di una strada e aspetta nientemeno che suo suocero, Giuda, il padre del marito di cui era rimasta vedova. Con un sotterfugio lo convince a giacere con lei, rimane incinta e ha un figlio. Quando il suocero, che non ha ancora capito di essere stato con lei, si accorge che è incinta e vuole punirla per aver tradito la memoria del figlio defunto, ecco che Tamar gli rivela che cosa è veramente successo e che in quel modo aveva esercitato il diritto che le era stato negato. Alla fine Giuda la riconoscerà più giusta del figlio, che non aveva voluto fare il suo dovere nei confronti di lei.

    È una storia lontanissima dal nostro modo di pensare, che potrebbe persino scandalizzare, ma che ci fa capire che cosa voleva dire per Gesù dire di avere tra i suoi antenati una figura così. Nello stesso tempo, nella Bibbia Tamar diventa la figura positiva di una donna tenacemente aggrappata alla speranza di poter diventare anche lei una delle antenate del Messia, proprio grazie alla generazione dei figli. E questa è una caratteristica importante, perché in una genealogia l’ingresso di una donna era un fatto particolare.

    Dopo Tamar, «Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, 4Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, 5Salmon generò Booz da Racab»

    Ecco altri due personaggi importantissimi. Siamo ormai al tempo della conquista della terra santa da parte degli ebrei e Raab (o Rahab come viene chiamata) era una prostituta che viveva in una casa sulle mura della città di Gerico. Quando vengono mandati da Giosuè gli esploratori per vedere la situazione del paese che avrebbero dovuto conquistare, questi esploratori vanno a rifugiarsi nella casa di Raab e, quando il re di Gerico viene a sapere che sono arrivati degli stranieri e cerca di catturarli, Raab li nasconde sul tetto della sua casa e li salva dalla morte. Li fa poi fuggire, perché dice: «So che il Signore è insieme al vostro popolo e so quindi che sarete voi a conquistarci. Ecco allora in cambio di questo mio atto di generosità nei vostri confronti, vi chiedo che risparmiate me e la mia famiglia». Quindi, Raab, una prostituta non ebrea, straniera, riconosce la potenza del Dio di Israele e sposerà Salmon generando un figlio, Booz. Chi è questo figlio di una straniera? Booz è colui che proprio a Betlemme secondo il libro di Ruth accoglierà un’altra straniera, Ruth, la moabita, anch’essa rimasta vedova di un israelita. Dopo essere rimasta vedova, con la suocera Noemi era andata a Betlemme, prendendosi cura di lei. Ebbene, Booz vedrà Ruth, se ne innamorerà, la prenderà in moglie e in questo modo diventerà addirittura il nonno del re Davide.

    Il re Davide, forse il più importante, o il più amato fra tutti i re di Israele, nella sua ascendenza ha ben due straniere, Raab e Ruth. Anche questo è un fatto sconvolgente, perché la prima figura di donne è una figura, Tamar, che viene giudicata male e che poi invece si rivela più giusta dei suoi accusatori, ecco che Raab è il simbolo della straniera che viene accolta nel popolo di Israele e Ruth è addirittura una straniera che ha compassione e amore per la suocera e per lei non esita ad abbandonare la propria terra natale e a vivere come una straniera a rischio di disprezzo e di essere trattata male in una terra che diventa poi la sua terra. E Gesù, che sappiamo che aveva come titolo “Figlio di Davide”, nella sua ascendenza ha anche queste due donne straniere.

    Ma ancora nella genealogia si legge:

    «…Obed generò Iesse, 6Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria…»

    La moglie di Uria è Betsabea e Uria era un generale di Davide, sposo di questa donna bellissima. Un giorno, mentre questo valoroso generale fedele a Davide era in guerra, Davide ne vide la moglie che prendeva il bagno sulla terrazza di casa. Se ne invaghisce, la fa chiamare a corte e la rende sua amante sino al giorno in cui Betsabea gli manda a dire che aspetta un bambino. Davide perde la testa e, per non svelare a tutti il tradimento compiuto, non sa escogitare niente di meglio che far sì che il comandante delle truppe faccia morire Uria, il suo generale più valoroso, in una sortita fatta apposta perché poi il nemico riesca a riprendere il sopravvento. Dunque, Davide fa uccidere dai nemici un suo generale valoroso per mascherare il misfatto compiuto, prendendosi poi in moglie la vedova del generale. Questo è il grande peccato di Davide, da cui trae origine il salmo 50: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; /  nella tua grande bontà cancella il mio peccato…”.

    In questo caso nella genealogia di Gesù la figura di Betsabea è anche il simbolo di un’unione adulterina, di un’unione che è costata addirittura la morte del legittimo marito. Quindi, anche questa presenza nella genealogia di Gesù è tutt’altro che di poco significato; al contrario, dice che Gesù viene prendendo su di sé anche tutta la crudeltà, tutta la follia, tutta la passionalità dell’uomo, ma nello stesso tempo anche tutta la grandezza del perdono di Dio: quando Davide si accorge del male commesso e chiede perdono, Dio lo riconcilia a sé e lo mantiene sul trono di Israele.

    Dopo Davide, abbiamo la vicenda dei re di Israele:

    «7Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, 8Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9Ozia generò Ioatàm…», fino ad arrivare a Manasse, il re più empio che Israele abbia conosciuto: un re idolatra e che tradisce l’alleanza. Dopo di lui viene Giosia, re giusto che restaura il culto del Dio d’Israele, che celebra la Pasqua, quando ormai da anni era stata dimenticata la festa più importante dell’ebraismo. Eppure, Giosia muore giovane, sconfitto in battaglia dal faraone Necao. Questo è uno dei grandi punti di domanda della storia biblica: come mai Manasse, il re empio e idolatra, ha un regno lunghissimo, e invece Giosia, che opera il bene e rinnova l’alleanza con il Signore, viene ucciso prematuramente?

    Ecco, che anche questi due re siano nella genealogia di Gesù significa che Gesù assume su di sé anche tutta l’accusa di contraddizione che gli uomini spesso fanno a Dio, quando pensano che Dio sia ingiusto, perché lascia prosperare i malvagi e permette che i buoni periscano presto.

    Abbiamo poi tutto il resto della genealogia, dove c’è la deportazione in Babilonia, c’è il ritorno da Babilonia. Si arriva infine a Mattan:

    «…Mattan generò Giacobbe, 16Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.»

    Ecco una conclusione inattesa per la genealogia di Gesù, perché appunto tutta la genealogia che comincia con Abramo e finisce con Giuseppe, ma non si dice «Giuseppe, dal quale è nato Gesù», ma «Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo». Questa, per chi la sa leggere, è una delle affermazioni più forti della nascita verginale di Cristo, perché l’inserimento in questo modo di Maria nella genealogia, è un unicum, è una rottura nella serie delle generazioni.

    Ecco, la prima domenica precedente il Natale, nel rito bizantino diventa esattamente la memoria di questa genealogia di Gesù e questa genealogia diventa la preparazione più immediata.

    Qual è lo scopo per cui Gesù assume su di sé tutta questa complessità della storia? Ce lo dice benissimo il primo tropario del vespero del sabato di questa domenica, che dice: «Vergine tutta immacolata, vivente reggia di Dio, tu hai portato in te Colui che i cieli non possono contenere. Nella grotta lo partorirai oltre ogni comprensione, divenuto povero e fatto carne per deificare me e arricchire colui che era divenuto povero per la sua intemperanza di fronte all’amarissimo frutto».

    È interessantissima questa antifona, perché ci mostra le dimensioni che entrano nella festa del Natale. Innanzitutto, lo stupore: “Tu, o Maria, immacolata vergine, vivente reggia di Dio, hai portato in te Colui che i cieli non possono contenere”, il Verbo di Dio, appunto!

    E tu lo partorirai nella grotta oltre ogni comprensione”, oltre ogni immaginazione da parte nostra. Colui che i cieli non possono comprendere è divenuto povero, povero come un bimbo che nasce in una stalla, fatto carne per rendere me dio: Dio si è fatto carne per rendere me, che sono carne, dio e arricchire colui che era divenuto povero. Dio aveva fatto l’uomo ricco di tutto il paradiso terrestre e l’uomo è diventato povero per non essersi fidato della generosità di Dio, per aver pensato di voler strappare quell’unico frutto che Dio gli aveva detto di attendere a gustare.

    “Ecco, io sono Adamo, io sono Davide, Abramo, Isacco, Giacobbe”: questo io è ciascuno di noi, che ritrova nella sua storia un peccato, una pusillanimità, un’intemperanza, una rigidità, un rifiuto della storia in cui è messo. Ecco, io sono tutti questi, ma nello stesso tempo io sono incontrato da Cristo, perché vuole arricchirmi, vuole farmi diventare come Lui.

    «Registrato Cristo tra gli schiavi per comando di Cesare, nella tua amorosa compassione, tu vieni a donare la libertà, la vita e il riscatto, o Paziente, ai servi ingrati che venerano la natività salvifica di Colui che è venuto a salvare le nostre anime». Quanto realismo in quest’altra antifona! Cristo viene registrato tra gli schiavi, tra i sudditi dell’impero romano, ma nella sua amorosa compassione – dice subito – viene a donare la libertà, la vita, il riscatto dal peccato, Lui a noi che siamo servi ingrati. Che cosa ci rimane, però? «Servi ingrati che venerano la natività salvifica»: ecco, qual è la nostra possibilità di riscatto. Se ci guardiamo dentro troveremo sempre mille atti di ingratitudine verso tutti i doni che il Signore ci ha fatto, però, ci resta una possibilità: venerare, cioè guardare colmi di stupore e di gratitudine la nascita di Cristo, perché è questo sguardo, è questo stupore che ci rende possibile attingere ancora la salvezza.

    Ecco, dunque, questa domenica prima del Natale che ci permette di riconoscere che il cammino dell’avvento è anche il cammino di tutta la storia sacra ed è quel cammino che fa sì che io possa arrivare davanti alla mangiatoia di Betlemme con una consapevolezza più profonda, più vera di quello che sta accadendo. Con una consapevolezza del valore della storia che la Bibbia racconta, ma proprio perché questa storia grande mi permette di rispecchiare la mia storia, piccola, eppure completamente bisognosa di salvezza.

    Uno sguardo all'avvenimento in sè

    E allora proviamo a guardare un altro aspetto. Finora ci siamo occupati soprattutto dell’Antico Testamento, ma nella preparazione al Natale c’è anche uno sguardo sull’avvenimento in sé. Abbiamo già detto che questo avvenimento, quello che accade a Betlemme è come la ragione per cui siamo invitati ad elevare il nostro spirito verso ciò che sta in alto, a salire spiritualmente verso Betlemme. Ecco, contempliamo il grande mistero che avviene nella grotta. E, allora, che cosa vuol dire elevarsi, che cosa vuol dire crescere in attesa del Natale. Ce lo dice un tropario dell’officiatura: «Precediamo la festa della nascita con la nostra fede e spiritualmente come la stella anticipiamo l’inno di lode dei magi e cantiamo con i pastori: “Da un seno verginale viene la salvezza degli uomini per richiamare i fedeli”». Che cosa significano queste parole? Quello che ci invitano a fare è a fare tesoro dell’insegnamento della Chiesa, del cammino che la Chiesa ci propone per arrivare meno impreparati alla festa di Natale, cioè già desiderosi di vedere tutto quello che accade, perché capiamo che lì c’è la nostra salvezza.

    Attenzione! Noi non possiamo anticipare la festa del Natale, non siamo noi che la possiamo far accadere prima, ma noi possiamo arrivare alla festa del Natale più preparati, che significa più disponibili a lasciarci fare dal Signore, a lasciarci mostrare dal Signore come quello che celebriamo a Natale si attua nella nostra vita, come veniamo salvati.

    Ecco allora quali sono gli sguardi che la liturgia bizantina ci permette di gettare su quello che avviene a Natale. Abbiamo innanzitutto lo sguardo di coloro che assistono all’incarnazione. Molti sono i tropari che mettono davanti ai nostri occhi tutte le persone che si affrettano di andare verso la grotta e questo andare verso la grotta diviene particolarmente importante anche per noi perché in ciascuna di queste persone possiamo vedere noi stessi. Questi sono i pastori, sono i magi, è la città di Gerusalemme, che pure si sconvolge alla nascita di Gesù; questi sono gli angeli, e perfino le creature inanimate, le montagne, le colline, sono chiamate a guardare e ad ascoltare quello che sta accadendo. Ecco, come dice bene un kontakion, un’altra antifona che si canta il 24 dicembre:

    «Oggi la Vergine viene nella grotta per partorire ineffabilmente il Verbo che è prima dei secoli! Danza, o terra tutta, che sei stata resa capace di udire questo: glorifica con gli angeli e i pastori il Dio che è prima dei secoli, che ha voluto mostrarsi come un bimbo appena nato.» Ecco: la Vergine, gli angeli, i pastori e tutta la terra è invitata a danzare.

    O ancora: «Stupiva Erode, vedendo la pietà dei magi e, vinto dal furore, si informava sul tempo intercorso dalla nascita del Bambino. Le madri furono private dei figli e l’acerba età infantile fu crudelmente falciata, le mammelle si disseccarono, grande fu la sciagura. Perciò, fedeli, riuniti pietosamente veneriamo la natività di Cristo». Perfino lo sguardo crudele di Erode, uno sguardo che sembra la negazione di tutto quello che Gesù è venuto a portare, alla fine provoca come un unico invito: «Venite, fedeli, veneriamo la natività di Cristo». Come a dire che la natività di Cristo riassume non solo tutta la storia passata dell’umanità, ma essa diventa la chiave alla luce della quale leggere anche tutta la crudeltà, le sciagure, i delitti, che ancora accadranno dopo la nascita di Cristo.

    Ecco qui come tutto il turbamento, tutta la fatica dell’uomo nell’accogliere i tempi, i modi della azione di salvezza di Dio viene sintetizzata in un dialogo tra Maria e Giuseppe, così descritto da un’antifona del rito bizantino: «O Vergine, quando Giuseppe saliva verso Betlemme ferito dal dolore, tu gli dicevi: “Perché tu, vedendomi incinta, sei confuso e turbato, ignorando del tutto il tremendo mistero che mi riguarda? Deponi ormai ogni timore e considera il prodigio: Dio nella sua misericordia discende sulla terra nel mio grembo e qui ha preso carne. Una volta nato lo vedrai secondo il suo beneplacito e pieno di gioia lo adorerai come tuo creatore, Lui che gli angeli senza sosta cantano e glorificano con il Padre e il Santo Spirito”».

    Bellissima questa espressione «Dio nella sua misericordia discende sulla terra nel mio grembo». La Vergine può essere veramente Colei che canta un prefazio del rito ambrosiano: «Colui che l’universo non può contenere si racchiude nell’intimità del tuo seno, o Vergine!»

    Ecco, anche questo è lo stupore per qualcosa di nuovo, ma nello stesso tempo è la glorificazione della Vergine – una donna, un corpo umano – che diventa il tempio del Figlio di Dio. E si dice sempre infatti così: «Oggi nasce dalla Vergine Colui che tiene nella sua mano tutta la creazione e, avvolto in povere fasce come un mortale, Colui che è per sempre intoccabile, viene deposto in una mangiatoia, il Dio che in principio ha fissato i cieli. Si nutre di latte dalle mammelle Colui che nel deserto ha fatto piovere manna per il popolo. Invita i magi lo Sposo della Chiesa, prende i loro doni, il Figlio della Vergine. Noi adoriamo, o Cristo, la tua nascita, facci vedere anche la tua divina manifestazione!» Ecco, il grido finale che ci permette di riassumere tutti i temi che abbiamo incontrato in questa nostra riflessione: abbiamo visto lo stupore, la storia di tutta la salvezza riassunta nella vicenda di Gesù, ma vediamo anche che questo Bambino che nasce è lo Sposo della Chiesa, è il Figlio della Vergine, è il Cristo che adoriamo, è il Verbo che ha fissato i cieli, è Colui che nulla può racchiudere.

    Allora, questo è il punto di arrivo, quello che ci auguriamo di poter cogliere nel giorno di Natale. E la nascita di Cristo è veramente l’inaugurazione di un modo completamente nuovo di guardare tutto. L’infinitamente grande diventa la più piccola tra le creature, un bambino, un infante inerme, ma questo abbassamento mostra la via del riscatto da tutte le miserie dell’uomo. Non ti togli dalle tue miserie accumulando cose, accumulando potere, cercando di renderti duro e non bisognoso di chiedere. Al contrario, la via per uscire dalla povertà è quella di lasciarsi incontrare dentro questa povertà e quello che più ci sconvolge è che il Figlio di Dio per riscattarci dalla povertà non sia venuto carico di ricchezze, ma sia venuto condividendo la nostra povertà. È esattamente la logica del rovesciamento che canta il Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».

    Ma tutto questo avviene anche per insegnarci uno sguardo nuovo sulla realtà, appunto lo sguardo che fa terminare la superbia di chi pensa di salvarsi con quello che lui si procura e fa invece trionfare la povertà di spirito, l’umiltà di chi si dispone ad accogliere da un Dio inerme, da un Dio povero, da un Dio indifeso tutto quello di cui ha bisogno.

    Conclusione: un riflessione di padre Romano Scalfi

    Penso che tutti noi ci rendiamo conto di quanto ancora tanto poco compreso sia questo messaggio del Natale. Quest’anno forse abbiamo l’occasione unica di vivere un Natale che per tanti versi ci richiamerà la nostra debolezza, la nostra povertà. Potremmo cercare di fare in modo che tutto continui ad essere come sempre, di nasconderci la paura, il rischio, la fragilità, oppure possiamo accogliere come provvidenziale anche questo tempo in cui celebrare il Natale, e dunque permettere al Signore di venire davvero a incontrare la nostra fragilità e la nostra povertà e forse in questo modo gli permetteremo una maggiore verità nel nascere in mezzo a noi, perché da sempre Lui ripete questa venuta nell’umiltà della carne e noi così tanto spesso cerchiamo di guardare tutto tranne che questo aspetto.

    Ecco, questa è stata solo una piccola introduzione alla ricchezza di tutte le antifone, di tutti i testi della liturgia bizantina, ma spero che possa almeno lasciarci qualche spunto per il cammino che ancora ci aspetta verso il Natale.

    In conclusione vi offro una riflessione che padre Romano Scalfi fa proprio su questi versetti della liturgia del Natale, citando l’antifona che dice: «Luce per illuminare le genti, Cristo, sei venuto assumendo l’immagine della mia forma (cioè sei divenuto uomo), hai scelto di arricchire la mia umanità impoverita con la povertà che hai assunto. Io celebro, Signore, la tua amorosa compassione». Padre Scalfi commentava così: «Questo è il tipico amore di Cristo che non parte dall’analisi della nostra condizione, del nostro peccato, ma dalla sua amorosa compassione». Ecco la novità: il Signore non parte dall’analisi della nostra condizione, del nostro peccato, ma dalla sua amorosa compassione, cioè noi siamo guardati più per il suo amore compassionevole, che non per il nostro peccato. Questo non vuol dire che il suo amore poi non guarisca il nostro peccato, ma è come se noi, avendo davanti una persona in difficoltà, ci muovessimo verso di lei, non semplicemente perché vediamo la sua difficoltà e magari la giudichiamo, magari pensiamo come ha fatto ad arrivare fino a lì, pensiamo che se è in difficoltà è perché è stata meno brava di noi, ma partendo dal valore, dalla bellezza, dalla ricchezza di questa persona anche se la vedo in difficoltà. Questo è il modo di agire di Cristo.

    E padre Romano continuava: «A Cristo rincresce che noi lo abbandoniamo. Ci guarda con benevolenza non per condannarci, ma per accoglierci e perdonarci, non dobbiamo aspettare di essere bravi per confidare in Lui: Lui ci accoglie sempre. Possiamo veramente pregare così, perché Gesù nei nostri confronti non è sdegnato, ma è rammaricato, perché più noi ci allontaniamo da Lui e più ci allontaniamo dal nostro compimento e meno siamo contenti».

    Quanta verità in questa definizione dell’uomo! Allora la compassione che ha appena incontrato nella amorosa compassione del Signore, ecco come la declina: «Misericordiosa compassione è l’espressione più bella per definire Cristo e questa espressione dovrebbe aiutare anche noi a guardare l’altro: deve diventare un aspetto della nostra vita quotidiana. La compassione è anche un modo per capire di più la persona dell’altro». Ecco, se ci è capitato di chiederci quale può essere il segno che ho fatto veramente Natale, che ho veramente celebrato questa festa, questo è un criterio che non inganna: la misericordiosa compassione come l’atteggiamento, lo sguardo che sempre di più mi trovo addosso, quando sono davanti a un fratello, a una sorella. Proprio per questo, perché ci dà uno sguardo più profondo sulla realtà, ecco che padre Romano, nella sua meditazione sul Natale, può continuare, sempre citando un’antifona bizantina: «O mangiatoia, ricevi Colui che con la parola ha liberato noi abitanti della terra dal nostro agire senza ragione». Che cosa vuol dire “agire senza ragione”? Dice: «Noi, quando ci accorgiamo che la realtà ha come cuore Cristo, siamo liberati dall’agire senza ragione. Cristo ci fa ragionare meglio, la sua grazia perfeziona la natura. Se alla nostra vita manca uno scopo adeguato, l’uomo sragiona. Se lo scopo è Cristo, la mente viene illuminata. Bisogna lasciarci illuminare dalla luce di Cristo. Perché la vita diventi un’esperienza con un contenuto, occorre un giudizio che parta dallo scopo ultimo della vita, se no perdiamo tempo. Cristo è presente in ogni cosa e in ogni situazione, tranne che nella nostra fantasia. Quando fantastichiamo, ci perdiamo dietro a progetti irraggiungibili, Cristo non è presente». Come è bella questa affermazione di Cristo che ci libera da un agire senza ragione! Agire senza ragione è anche, dice padre Romano, quel pensare magari cose complicatissime, o anche bellissime e altissime, ma nell’incapacità di riconoscere la presenza ora, qui di Cristo nella nostra vita. Non si scappa: la celebrazione del Natale fa diventare cristocentrica tutta la nostra vita, cioè ci aiuta a capire che quando perdiamo come punto di vista, come sguardo quello di Cristo non riusciamo più a guardare la realtà in cui siamo.

    Un altro aspetto che val la pena di menzionare è che la venuta di Cristo è una venuta che rimuove le ombre. Dice l’evangelista Giovanni nel suo prologo parlando della venuta di Cristo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo».

    Scrive padre Romano: «Lo scopo della salvezza non è solo togliere il peccato, ma portare l’uomo alla deificazione, alla divinizzazione della vita, che non è proporzionale ai meriti dell’uomo, ma all’opera di Cristo». Questa aspetto è molto importante. Quando padre Romano dice che «la divinizzazione della nostra vita non è proporzionale ai meriti dell’uomo, ma all’opera di Cristo», dice esattamente questo: la nostra divinizzazione non è semplicemente la ricompensa di quel tanto di bene che facciamo a cui corrisponde un tanto di divinizzazione, ma il dono che Cristo ci fa, corrisponde alla Sua opera, al Suo sguardo e, dunque, possiamo capire che Cristo non ha le nostre misure nel dare i suoi doni. Quello che ci chiede è di non guardare a quello che noi pensiamo di aver fatto, ma alla disponibilità che siamo disposti a offrirGli. Dice: «È evidente questa qualità del Natale. Quello che Cristo ha compiuto una volta, si ripete sempre. È offerto a ciascuno di noi, dobbiamo lasciarci prendere e deificare. Il nostro maggiore contributo alla salvezza universale è proprio questo». Questo significa che la prima opera, la prima testimonianza, il primo contributo che noi possiamo offrire alla salvezza del mondo è esattamente quello di lasciarci raggiungere da Cristo e di diventare malleabili alla sua azione. Cosa significa questo per non farlo rimanere semplicemente una frase? Diventare malleabile all’azione di Cristo significa innanzitutto tenere vivo il desiderio che Lui si affermi nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare; significa abbandonare l’atteggiamento un po’ scettico di chi legge il Vangelo, legge le preghiere e dice: “Che belle cose, ma chissà quando saranno possibili!” Significa guardare la realtà, il tempo che sto vivendo come un tempo e una realtà che già sono abitati da Cristo. Potremmo dire che il tempo dell’attesa, il tempo in cui riscoprire la Chiesa di Cristo non trova il suo punto di arrivo nel giorno del Natale, perché da lì in poi non devo più attenderlo, ma piuttosto ha lo scopo di insegnarmi un atteggiamento, la domanda, l’attesa, il desiderio che è un atteggiamento da mantenere vivo ogni giorno. Senza questo atteggiamento, io non vengo raggiunto da Cristo, non perché Cristo non mi vuole raggiungere, ma perché io non sono aperto ad accogliere quello che Lui vuole offrirmi.

     

    Approfitto dell’occasione per fare a tutti gli auguri di una buona conclusione del tempo di Avvento e di una santa presenza nel giorno del Natale. Sarà forse un Natale un po’ diverso da tanti altri, ma anche questo è un Natale che ci viene donato e il Signore non è diverso, né di meno in questo Natale.

     

    (testo tratto dagli appunti della registrazione e non rivisto dall’Autore)

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    Presentazione della Madre di Dio al Tempio

    Presentazione della Madre di Dio al Tempio

    21 Novembre
    Presentazione della Madre di Dio al Tempio

    Il 21 Novembre di ogni anno la Chiesa orientale fa memoria della Presentazione della Santissima Madre di Dio al Tempio.
    Nata da una tradizione antichissima, la festa è diventata nel mondo bizantino una delle grandi solennità mariane, insieme con la Natività e la Dormizione. “L’ingresso (in greco ‘isodos‘, in slavo ‘vveelenie‘ ) al Tempio della Santissima Madre di Dio” è riferito nell’apocrifo Protoevangelo di Giacomo con i seguenti particolari: all’età di tre anni la bambina predestinata fu condotta dai genitori al Tempio, preceduta da fanciulle che recano fiaccole; il sacerdote Zaccaria, futuro padre del Battista, l’accoglie benevolmente, ed essa danza festosa davanti all’altare. Poi nei recessi inviolabili del Santuario la bimba cresce, nutrita da un angelo. Ecco in qual modo due strofe dell’ufficiatura riferiscono poeticamente questi particolari:

    “Si rallegra il cielo e con esso la terra,
    vedendo il Cielo spirituale, la Vergine sola immacolata,
    avanzarsi verso la casa di Dio per esservi
    allevata con venerazione.
    Zaccaria si rivolge a lei
    esclamando pieno di meraviglia:
    ‘Porta del Signore ,
    io apro davanti a te le porte del Tempio;
    in esso tu danza con gioia,
    perché io so e credo
    che la redenzione di Israele è  già prossima
    e che da te nascerà il verbo di Dio,
    che dona al mondo la sua grande misericordia’” .
    “Nell’interno del Tempio di Dio
    viene offerta Ia Vergine tutta santa,
    iI Tempio che contiene Ia Divinità:
    alcune fanciulle la precedono portando fiaccole.
    I degni coniugi, Gioacchino ed Anna, suoi genitori,
    trasaliscono di gioia,
    per aver generato colei che deve concepire il Creatore.
    Ed essa, tutta immacolata,
    entrando con passo esultanza nei tabernacoli divini
     e nutrita dalla mano di un angelo,
    appare come Ia madre eli Cristo,
    che dona al mondo Ia sua grande misericordia“
    (Aposticha della festa)

    Questa tradizione era già diffusa in Oriente, quando Giustiniano fece costruire a Gerusalemme fa Chiesa di S. Maria Nuova, in prossimità dell’area de! Tempio, presumibilmente per ricordare l’avvenimento stesso.

    L’ufficiatura bizantina (sec . VIII-IX ) mette in evidenza di questo fatto diversi aspetti: degni di meditazione, sottolineati dagli inni dell’ufficio liturgico:

    • Anzitutto, si tratta di una nuova tappa della storia e della salvezza.
    • In secondo luogo, vi è una evidente tipologia del Tempio, già tradizionale nei Padri: il Tempio e simbolo di Maria stessa, nella quale realmente venne ad abitare il Verbo Incarnato.
    • In terzo luogo, si vede in questo ingresso l’atto di offerta al Signore di Maria per divenire la dimora del Dio incarnato.

    (per una lettura completa: Enrico Galbiati
    La Presentazione al Tempio nella liturgia bizantina  «Russia Cristiana», 2/1961;
    consultabile, previo abbonamento a “la Nuova Europa”, cliccando qui)

    Resurrezione
    Inno dalle Lodi della festa

    In questo giorno la Vergine tutta Immacolata viene presentata al Tempio, perché in Lei possa abitare il Re di tutti, Dio. Colui che alimenta l’intera nostra esistenza.
    A Lei inneggiamo come fece l’angelo:
    “Rallegrati, benedetta tra tutte le donne!”

    (Inno delle Lodi – questo brano è inserito nella proposta “In Te si rallegra, o ricettacolo di Grazia, ogni creatura”)

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    Protezione della Madre di Dio

    Protezione della Madre di Dio

    1 Ottobre – Protezione della Madre di Dio 

    Il primo ottobre di ogni anno la Chiesa orientale fa memoria della protezione della Madre di Dio; non fa parte delle 12 grandi feste dell’anno liturgico ma è comunque una festa molto sentita dal popolo russo, anche se ha origine a Costantinopoli alla fine del secolo X.
    Il fatto da cui nacque fu una visione di alcuni fedeli (alcune fonti citano sant’Andrea “folle per Cristo”) che, durante ì’assedio della città, videro ila Madre di Dio stendere il suo manto a protezione di tutto il popolo.
    Ben presto il senso di questa presenza materna di Maria si diffuse a la devozione popolare fu (e rimane) grandissima anche se il fatto storico magari ai più oggi è sconosciuto…

    …”questa festa è divenuta centrale proprio nella percezione di Maria come Madre, che accoglie nel proprio cuore tutte le nostre amarezze, sofferenze, tutto il dolore dell nostra esistenza terrena….La Madre di Gesù, che ha accettato tutto il tremendo carico di sofferenze comportato dalla compassione e dalla pietà, mentre era ai pèiedi della croce del Figlio, è divenuta una sortra di dono per gli uomini, un dono di amore materno, di pietà materna, di materna compassione…”
    “Oggi i fedeli celebrano la festa copn gioia, illuminati dalla tua venuta, o Madre di Dio…” (dal Tropario della festa)

    Padre Sergij Bulgakov, in un sermone dedicato a questa festa, dice “…non solo mille anni fa pregava con lacrime la Madre di Dio ma prega anche qui e ora, sempre e ovunque, fino alla fine dei tempi. E non solo sui fedeli di quel tempo stese il suo Manto, ma anche su tutto il genere umano, su tutto il mondo… e su di noi peccatori rifulge il benefico e salvifico Manto della Madre di Dio, sebbene non abbiamo occhi degni di vederlo. La Madre di Dio è intermediaria tra cielo e terra”

    (A. Schemann, “i passi della fede”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    Resurrezione

    …l’icona, nel riquadro in basso a destra, mostra un personaggio dalla lunga barba cinto dell solo mantello verde che il braccio alzato e l’indice puntato verso la Vergine, si volge a un giovane con un matello rosso…sono Andrea ‘folle per Cristo’ e Epifanio…il biografo di Andrea scrive: ‘si teneva una veglia di preghiera…era l’ora quarta di notte e il beato Ancrea vide la Santissima Madre di Dio trionfale, comparire davanti alle porte regali con un seguito che comprendeva anche il venerabile precursore (Giovanni Battista) e il Figlio del tuono (Giovanni evangelista) che le tenevano le mani ai lati; molti altri santi erano con lei; alcuni la precedevano altri la seguivano con inni e canti spirituali’…
    La Madre di Dio ‘orante’, al centro dell’icona tende in alto le mani immacolate implorando per il mondo la pace e per noi la grazia della salvezza. Ella tende, nella sua misericordia, le mani verso il Figlio, e sotto il velo santo il mondo trova lka sua protezione.

    (tratto da Gaetano Passarelli – ‘l’Icona della Protezione della madre di Dio”, Ed. “La casa di Matriona” – per acquistare il libro clicca qui)

    Oggi celebrano la tua luminosa festa tutti i popoli, o Madre di Dio; protetti dalla Tua venuta tra noi e contemplando la Tua venerabile icona, con tenerezza ti supplichiamo:”Coprici col tuo venerabile manto e liberaci da ogni male; prega Cristo Tuo figlio e nostro Dio, di salvare le nostre anime”
    (Tropario della festa)

    Oggi la Vergine è presente nella Chiesa invisibilmente e, con i cori dei Santi, prega Dio per noi, gli Angeli e i Pastori si prosternano, gli Apostoli e i Profeti cantano di gioia:la Madre di Dio prega per noi il Dio che precede tutti i secoli”
    (Kondak della festa)

    Per altre preghiere, inni e canti di questa festa, pui andare alla sezione “audio/video” di  questa paginai

     

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    Tu benedici la corona dell’anno

    Tu benedici la corona dell’anno

    “Tu benedici la corona dell’anno”: il tempo come dono

    Riflessioni di Mons.Francesco Braschi (Radio Maria, 1 Settembre 2020)
    Ascolta l’audio

    Dedichiamo queste rilfessioni a aciò che la tradizione bizantina, la tradizione delle Chiese dell’Est, celebra e vive durante il mese di settembre: il primo settembre, infatti, è il capodanno nell’anno ecclesiastico bizantino. Era il capodanno nell’anno civile dell’Impero d’Oriente, dai tempi di Costantino, quello che si chiamava l’indizione. Si faceva appunto cominciare l’anno il primo di settembre e questo inizio al primo di settembre è rimasto nella tradizione bizantina proprio come inizio del nuovo anno.

    E non è semplicemente una ricorrenza cronologica, una ricorrenza di calendario ma assume –e questo è un aspetto importante che forse il primo di gennaio nella Chiesa d’Occidente non ha con questa profondità- il significato di un giorno nel quale ci si domanda cosa sia il tempo, cosa sia lo scorrere del tempo, cosa sia l’anno nuovo che inizia, cosa sia il ritornare del ciclo dell’anno. E tutto questo, naturalmente, trovando delle risposte che sono pane sostanzioso, che sono possibilità di cammino nelle circostanze che noi viviamo.

    Resurrezione

    Ecco, ricordo, che c’è un’ulteriore ricorrenza che accompagna il primo di settembre, risalente ad alcuni decenni fa: fu nominato infatti dal patriarca di Costantinopoli “giorno per la salvaguardia del Creato”, una commemorazione alla quale recentemente si è unita anche la Chiesa Cattolica per impulso di Papa Francesco.  Ma qui vogliamo guardare il tema più tradizionale, il tema più antico, che il primo di settembre porta con sé.

    Allora partiamo per questo nostro breve viaggio proprio guidati e sostenuti dai testi della Liturgia Bizantina, sia i testi delle ore canoniche, quindi Vesperi, Lodi, Mattutino, e  anche i testi della Divina Liturgia, cioè quelli che chiameremmo i testi della Messa.

    Mi sembra importante lasciarci guidare da questi testi perché condensano in sé la sapienza dei secoli, condensano in sé anche la storia di generazioni e generazioni di cristiani che li hanno composti, li hanno pregati, li hanno trasmessi, nelle circostanze storiche più diverse e di questo noi vediamo l’eco nei testi che leggeremo tra poco.

    E questo mi fa venire subito una prima domanda, come una prima verifica che tutti ci diamo: ecco, noi possiamo davvero dire di riconoscere come la chiave per leggere il tempo in cui siamo immersi, il tempo nel quale viviamo, lavoriamo, viviamo la nostra vita di famiglia, come un tempo che viene illuminato dalla Liturgia della Chiesa, dalla Parola di Dio, ma soprattutto dai testi che la Chiesa ci offre ogni giorno nella Messa e nella Liturgia delle Ore?

    Non è un’osservazione banale o pietistica o che vuole in qualche modo togliere dalla realtà concreta, perché tutti noi stiamo sperimentando quest’oggi e in questi giorni, come da tanto tempo non sperimentavamo, una grande paura del tempo che passa, una paura del tempo che arriva, di quello che ci aspetta; forse nessuna ripresa dopo le vacanze negli ultimi decenni è stata segnata da una così grande paura, da una così grande ansia. Ecco: la Liturgia, la Chiesa, i testi della preghiera non sono fatti per sfuggire a queste domande ma piuttosto per farci capire come esista un modo di stare davanti alle sfide quotidiane e anche a quelle straordinarie – come quelle del tempo che viviamo –  con uno sguardo nuovo, con una attenzione nuova.

     

    Tre dimensioni fondamentali

    Allora cominciamo con il primo testo che è uno degli stichirà (delle antifone, diremmo così) del Vespero; quindi si canta normalmente la sera del 31 di agosto perché secondo il modo di contare il tempo della Chiesa Bizantina, quello è già l’inizio del giorno successivo.

    Dice così: “Appresa la preghiera dal divino insegnamento a noi impartito da Cristo stesso –cioè l’insegnamento del Padre Nostro, avendo imparato a pregare quando Cristo ci ha insegnato il Padre Nostro- noi crediamo ogni giorno al Creatore. Padre Nostro che dimori nei cieli, donaci il pane quotidiano, senza far conto delle nostre colpe”. E’ bellissimo questo Tropario perché fa iniziare l’anno con una primissima e fondamentale chiave di lettura: iniziamo l’anno in un dialogo con il Padre, anzi, iniziamo l’anno con un grido al Padre, che riconosciamo come Colui che scandisce le nostre giornate con il dono del pane quotidiano. E gli chiediamo che, conformemente a quanto ci ha insegnato Cristo, questo pane quotidiano ci sia donato senza far conto delle nostre colpe. E’interessante questa annotazione, perché nel Padre Nostro noi diciamo “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, cioè noi non chiediamo a Dio che ci renda impeccabili, non chiediamo a Dio che perdoni i nostri peccati, senza chiedere nulla in cambio, o meglio senza che da parte nostra ci sia una collaborazione a questo. E la nostra collaborazione però non è il nostro sforzo di eliminare i nostri peccati, ma la nostra collaborazione è quella di rimettere i debiti a quelli che ne hanno con noi.

    E’ molto importante questa affermazione perché ci fa capire che si entra nell’anno nuovo ricordandoci tre dimensioni fondamentali. Prima dimensione: noi abbiamo bisogno di un Padre, che ci continui a generare, perché possiamo stare dentro il tempo; la seconda dimensione è che a questo Padre noi chiediamo, perché senza il pane che ci dona lui noi non sappiamo camminare; terza dimensione, il rapporto con i nostri fratelli non può essere segnato solo dal peccato – quello che ci viene fatto, quello che normalmente ci pesa di più, ma nemmeno quello che facciamo noi – ma è segnato dal fatto incredibile che il Padre, proprio perché ci perdona i nostri peccati, ci rende capaci di perdonarli a quelli che hanno peccato contro di noi.

    Questa è la prima antifona dell’anno liturgico nel rito bizantino e quindi dice, come vediamo già, una prospettiva che ci aiuta a vincere la paura, perché fin da subito ribadisce che noi stiamo nel tempo grazie a una paternità. Ma subito dopo ecco che arriva l’irruzione della storia con tutte le sue inquietudini ,con tutte le sue paure, con tutte le sue domande. E dice: “Come un tempo furono giustamente dispersi nel deserto i cadaveri degli ebrei che si erano ribellati a Te, o sovrano dell’universo –cioè è la ribellione che avviene nel deserto, dopo la quale c’è una peste, c’è una malattia che li colpisce- così anche ora disperdi, o Cristo, le ossa degli gli agareni empi e infedeli”. Chi sono gli agareni, gli infedeli? Sono i figli di Agar. I figli di Agar, nella Bibbia, sono Ismaele e i suoi discendenti e nella storia questa è la discendenza parallela di Abramo; da un lato abbiamo appunto il figlio Isacco, da cui discende il popolo di Israele, dall’altra abbiamo Ismaele, il figlio della schiava di Abramo, da cui discende il popolo degli arabi; naturalmente quando la Storia Sacra ci racconta questo, nel 1800 avanti Cristo, non esisteva ancora l’islam, assolutamente, ma si vuole sottolineare così un dato storico: quello di una parentela che diventa però rivalità tra i popoli di stirpe ebraica e i popoli delle stirpi arabe, che sappiamo esistevano ben prima dell’arrivo di Maometto.

    Il ricordo degli agareni, cioè dei figli di Agar, dentro il Vespero, ricorda un fatto storico molto importante: il fatto che la città di Costaninopoli, la città che prima dell’evangelizzazione della Rus, era la capitale più grande del mondo bizantino, viveva dal VII-VIII secolo dopo Cristo una situazione che portava alla riduzione sempre maggiore e progressiva dell’impero bizantino, a causa dell’espansione del mondo islamico, fino ad arrivare ad avere la città di Costantinopoli sempre più da vicino circondata e assediata dal nemico. Ed ecco che questa antifona che abbiamo letto ci fa ricordare come il modo che la città di Costantinopoli aveva di celebrare l’inizio dell’anno era il modo di celebrare parlando di questa fiducia nel Padre, di questa figliolanza che si concepiva nei confronti del Padre, dentro una situazione storicamente drammatica, una situazione di pericolo, una situazione in cui il pericolo più grande era quello che con l’invasione venisse emanato l’obbligo di abbandonare la fede cristiana.

    "Oggi si è adempiuta la parola che avete udita"

    Ma anche in una situazione storicamente faticosa, storicamente fragile dal punto di vista politico e indipendente, ecco che viene una parola nuova. Che cosa segna potentemente l’inizio dell’anno? E’ un brano del Vangelo che sarà poi letto nella messa del primo di settembre, un brano che conosciamo molto bene. E’ un brano del Vangelo di Luca, il capitolo IV dal versetto 16 al versetto 22.

    Lo leggiamo perché è un testo assolutamente fondamentale: “Gesù si recò a Nazareth dove era stato allevato ed entrò, secondo il suo solito di sabato, nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Apertolo trovò il passo dove era scritto: “lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare  ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.

    Capiamo subito la forza di questo brano del Vangelo letto il primo giorno dell’anno. Questo è il brano con cui, nel Vangelo di Luca, Gesù inaugura la sua predicazione, la sua evangelizzazione, il suo annuncio; e lo inaugura parlando della proclamazione di un anno di grazia del Signore, di un anno gradito al Signore, di un anno pieno dei doni del Signore. Che anno è questo? Nella profezia del profeta Isaia che qui Gesù sta citando, era l’anno del giubileo, l’anno giubilare: ogni 50 anni, 49 anni, ogni 7 settimane di anni, che cosa prescriveva la Torah, la legge di Israele? Che ci fosse un anno nel quale, potremmo dire così, si ricominciava da capo, cioè si condonavano tutti i debiti, ogni israelita rientrava in possesso della terra che era stata assegnata alla sua famiglia dopo l’esodo. Chi l’avesse venduta o l’avesse data ad altri la riceveva ancora indietro, chi era diventato schiavo per debiti, riceveva la liberazione; diciamo che, idealmente, il giubileo voleva rimettere ciascuno nella posizione di dire il suo sì alla vocazione alla quale il Signore lo aveva chiamato, come appunto l’inizio del popolo di Israele nella terra promessa.

    Una idea formidabile, un’idea profetica grandissima, che l’Israele storico non sappiamo se ha mai vissuto, proprio perché questa volontà di Dio chiedeva, per potersi manifestare, una adesione , un cuore grande da parte degli uomini, disposti a riconsegnare nelle mani di Dio tutta la loro vita, tutta la loro storia, tutti i loro beni, la loro terra. Ma sicuramente il fatto che Gesù inizi il suo ministero richiamando quest’anno di grazia del Signore, ecco che dice proprio questo: Gesù viene perché ogni uomo, quale che sia la sua situazione, venga rimesso nella condizione di poter dire il suo sì al Padre che l’ha creato, di poter riconoscere di essere figlio. E che questo venga riletto dalla Chiesa d’Oriente a ogni inizio d’anno ci vuole far capire che quello che dice Gesù dopo aver letto il rotolo di Isaia: “oggi si è adempiuta la scrittura che voi avete udita”, è qualcosa che accade anche adesso, che accade ogni anno. L’inizio dell’anno non è marcato dal rimpianto per il tempo passato, non è marcato dalla paura di un tempo che sfugge, non è adombrato dal timore che ogni anno che passa ci avviciniamo alla nostra morte; al contrario, l’anno si apre nel segno di questa profonda e totale fiducia in quel Dio che ci ha creati e che si rende presente, anno dopo anno, assicurando una presenza che salva, una presenza che guarisce, una presenza che rianima. “Mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi”. Ecco quello che viene a fare Gesù.

    Metterci in una prospettiva nuova

    Ricordare questo all’inizio dell’anno significa esattamente rimetterci dentro il tempo che scorre con una prospettiva nuova. E infatti questo viene richiamato dai testi della liturgia che proseguono sempre su questa falsariga e quello che viene continuamente detto, quello che viene continuamente ripetuto, è il  versetto 12 del salmo 64, che dice così: “Tu o Signore benedici la corona dell’anno” oppure secondo la traduzione italiana della Bibbia, “coroni l’anno con i tuoi benefici” e un Tropario dice proprio questo, rivolgendosi a Cristo: “Tu, congiunto al Santo Spirito, unito allo Spirito Santo, tu che sei il Verbo senza principio e sei il figlio del Padre, con Lui creatore e artefice di tutte le cose visibili e invisibili, benedici la  corona dell’anno, custodendo nella pace i popoli della retta fede, per l’intercessione della Madre di Dio e di tutti i santi”.

    Cosa dice in più questo Tropario? Ci ricorda proprio che l’inizio dell’anno è l’occasione propizia per riflettere su che cosa sia l’opera della creazione. L’opera della creazione non è mai nella Bibbia semplicemente la cosa che accade all’inizio, ma la creazione è qualcosa che accade continuamente. La Trinità crea e mantiene nell’essere tutto il mondo. Questo non è soltanto l’annuncio o la promessa di una possibilità di qualcuno che ripara i  nostri errori ma è ben altro, perché è come l’invito a vivere ogni istante, ogni secondo della nostra vita, come un kairos, cioè come un’occasione preziosa di cogliere un dono che c’è dentro il tempo e che tanto ci fa bene, perché ci aiuta a vincere quell’altra concezione, frutto diretto del peccato originale, che vede il tempo come una sorta di materia che  cerchiamo di padroneggiare in base alle nostre forze, in base al nostro progetto, in base alla volontà di affermare una nostra concezione della vita nostra, degli altri, della realtà in cui viviamo. Al contrario, questo invito a guardare tutta la Trinità continuamente in azione per mantenere il mondo nell’essere, quindi per mantenere anche me nell’essere, mi fa vedere ogni momento, ogni mio respiro come un luogo di gratitudine e di riconoscimento. Di riconoscimento proprio del mio essere continuamente fatto.

    Questo è il principio, come dice il Tropario che abbiamo appena letto, di ogni pace, questo è il principio che permette di essere custoditi nella pace, anche  quando le circostanze del tempo sono piene di incertezza e di fatica.

    Custoditi nella pace

    E questo viene sottolineato dalla seconda lettura che i Vesperi sempre del 31 di agosto, l’inizio del primo di settembre, comportano. Sono tre letture. La prima è la lettura di Isaia che Gesù stesso cita nel Vangelo che abbiamo ascoltato e per il momento la lasciamo da parte.

    La seconda lettura che viene letta durante i Vesperi è un passo del libro del Levitico. Il Levitico è uno dei primi libri della Bibbia, nel Pentateuco ed è il libro che raccoglie soprattutto le leggi e le prescrizioni per il culto di Dio. Ma dentro questo contenuto ci sono anche delle parti narrative, dove si racconta proprio di come Dio nel deserto costruisce la sua alleanza con il popolo di Israele.

    E sentite che cosa dice il Signore ai figli di Israele in questo brano (è il capitolo 26 del libro del Levitico): “se camminerete secondo i miei precetti e camminerete secondo le mie leggi e osserverete i miei comandamenti e li metterete in pratica, io darò la pioggia a suo tempo, la terra darà i suoi prodotti, gli alberi dei campi daranno i loro frutti. Il tempo della trebbiatura si congiungerà per voi a quello della vendemmia e quello della vendemmia a quello della semina. Mangerete a sazietà il vostro pane, abiterete con sicurezza nella vostra terra e non ci sarà chi vi spaventi. Distruggerò le belve dalla vostra terra, la guerra non attraverserà la vostra terra, i vostri nemici cadranno davanti a voi. Io volgerò il mio sguardo su di voi e vi benedirò, vi farò crescere, vi moltiplicherò, stabilirò con voi il mio patto; camminerò tra voi e sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Ma se non mi ascolterete, non metterete in pratica questi  miei precetti, vi ribellerete ad essi e la vostra anima prenderà in orrore i  miei giudizi, così da non mettere in pratica tutti i miei comandamenti, io a mia volta farò con voi così. Seminerete invano i vostri semi e i vostri avversari mangeranno le vostre fatiche. Spezzerò l’alterigia della vostra superbia, renderò per voi il cielo come ferro e la terra come bronzo”. Questa profezia, questo brano del libro del Levitico mi sembra di una qualità sconcertante perché, se è vero che qui tutto è collegato a un ambiente agricolo, in particolare, questa descrizione della descrizione dell’anno in cui la trebbiatura si congiunge col tempo della vendemmia, la vendemmia con la semina, cioè tutto l’anno scandito da una operosità, da un lavoro dei campi che però è pieno di frutti, quindi è pieno di speranze, è pieno di fiducia: ecco, questa rappresentazione che ci può sembrare così lontana, dice però una cosa importantissima, dice che è proprio Dio che conosce i tempi e i modi del vivere nella terra. Perché la terra, secondo la Bibbia, è il dono che Dio ha fatto agli uomini per poter vivere dentro la terra e il suo rapporto con loro. Nel momento in cui non riconosciamo questa realtà, non riconosciamo più questo dono, non riconosciamo più il significato della terra, ecco che allora viene stravolto tutto. Ne vengono stravolti i ritmi, ne viene stravolta la consistenza, viene stravolta la normalità del susseguirsi delle stagioni.

    Spero che siano tanti tra di voi quelli che si ricordano la riflessione che papa Francesco il 27 di marzo di quest’anno fece davanti a una piazza san Pietro vuota, nel giorno più pesante della pandemia, quando ricordò come “avevamo sperato di essere sani in un mondo malato”, ma un mondo malato perché l’avevamo ammalato noi, perché l’abbiamo misconosciuto, gli abbiamo tolto la sua verità. Non solo ci siamo fatti padroni del tempo, ma ci siamo fatti padroni del mondo, senza più riconoscere questa origine, questa dipendenza che sta alla base.

    Vedere il tempo nella prospettiva dell'eternità

    Ed ecco allora che il primo giorno dell’anno nel rito bizantino aiuta anche a ritrovare questa dimensione.

    Naturalmente questo non significa puntare unicamente su un benessere materiale, quasi appunto che la fede o l’obbedienza al Signore diventino una specie di assicurazione sulla vita che ci protegge da tutti gli infortuni e gli imprevisti. Chiaramente stare nella realtà con la coscienza di essere posti nella realtà dalla chiamata di Dio, dalla vocazione che lui ci manda, e quindi anche dal destino che Egli ci consegna, ci aiuta a vedere il tempo che passa nella prospettiva del nostro cammino verso l’eternità. Quindi l’anno che inizia ci ricorda anche una verità che per noi è diventata solo scomoda e spaventosa: e cioè la verità che la nostra vita inizia su questa terra, e tuttavia è destinata a non concludersi ma a trapassare in una vita eterna.

    E questo viene ricordato dalla Liturgia bizantina proprio in questo giorno, con la terza lettura dei Vesperi che è la lettura del libro della Sapienza che probabilmente conosciamo anche noi, perché è una lettura che viene molto spesso utilizzata durante le esequie, durante i funerali. E dice così: “Il giusto, quando anche giunga a morire, sarà nel riposo; vecchiaia venerabile non è quella di un lungo tempo di vita, né si  misura col numero degli anni; ma la prudenza equivale per gli uomini ai capelli bianchi e l’età avanzata è una vita senza macchia. Divenuto gradito a Dio è stato da lui amato e poiché viveva tra peccatori è stato trasferito, è stato rapito perché la malizia non alterasse la sua intelligenza e l’inganno non sviasse la sua anima, poiché il cattivo fascino del male oscura il bene e l’agitarsi dei desideri incontrollati guasta la mente innocente. Reso in breve tempo perfetto ha portato a termine un lungo corso; la sua anima era infatti gradita al Signore per questo lo ha tolto di mezzo dalla malvagità. I popoli vedono ma non comprendono, non pongono mente a questo fatto: che grazia e misericordia sono come i suoi santi, che Dio visita i suoi eletti”.

    Questo brano del libro della Sapienza, l’ultimo libro in ordine cronologico dell’Antico Testamento, che già ha profondamente in sé l’idea della Resurrezione, ci trova purtroppo molto spesso esattamente nella condizione di quelli che “vedono e non comprendono”, perché appunto, noi stessi conosciamo per esperienza diretta quanto sia difficile lasciarci liberare dalla paura della morte. E allora per questo, questo brano viene riproposto proprio per ricordarci una verità da tanto tempo dimenticata e disattesa, che la morte non è la fine di tutto, non è la “nera signora” che fa paura, ma, secondo la Bibbia, la morte, – e questo lo afferma molto chiaramente san Paolo, seguito poi dai Padri della Chiesa – è anche la fine del tempo nel quale il male, il peccato, la tentazione, possono scatenarsi contro di noi. Non l’abbiamo forse mai considerato questo aspetto, ma è un aspetto essenziale, perché ci rendiamo conto che vedere la vita di questo mondo come se esistesse solo lei, come se non ci fosse una prospettiva oltre, da un lato non ci aiuta a vivere meglio la vita di questo mondo – perché ci fa vivere attanagliati dalla paura che finisca troppo presto, che comunque è sempre troppo presto quando finisce – e dall’altra parte non ci permette di riconoscere che in questo tempo che ci è dato nella vita terrena, veramente siamo continuamente in balia del rischio di cedere al male, di cedere al peccato, di rinnegare il Signore e, dunque, la vita terrena (questo ben lo sapevano i santi) ha un aspetto continuo di lotta che fa desiderare il riposo, che fa desiderare la fine della lotta per poter finalmente riconoscere e gustare tutto il bene, tutto il bello, tutto il buono per cui siamo creati.

    Sembra quasi assurdo oggi presentare così la dialettica, la contrapposizione, il rapporto tra la vita e la morte, eppure questo ci consegnano la tradizione della Chiesa, la tradizione liturgica e la tradizione teologica e, forse, proprio l’inizio di un tempo nuovo, di un anno sociale, di un anno civile, con la ripresa del lavoro dopo le ferie, come quello che stiamo vivendo, sarà vivibile, sopportabile, anzi persino potrà affrontarlo con animo, con coraggio, con la curiosità di vedere che cosa si può fare, non chi è attanagliato dalla paura ma chi è certo che quello che qui si opera, quello che qui si testimonia, il bene che qui si riesce a portare, serve come possibilità di riconoscimento della smisurata quantità di bene verso la quale siamo in cammino. Se una volta si diceva: “se vuoi fare il bene a una persona non darle un pesce ma insegnale a pescare” potremmo parafrasare questo detto della sapienza popolare in questo modo: “se vuoi aiutare un amico, un fratello a vivere bene, aiutalo a ricordarsi che deve morire” ma, appunto, con quella concezione e visione della morte che permetteva a san Francesco di chiamarla “sorella nostra morte corporale” e che diventa semplicemente un passaggio.

    Ma proviamo a fare ancora un passo avanti e proprio perché c’è questo slancio verso il futuro, questo slancio verso l’eternità, ecco che la preghiera della Chiesa ci fa tornare sulla richiesta di ciò che ci è necessario ora. Sentite come è bello questo Tropario che viene pregato sempre durante i Vesperi.

    Dice: “Tu, o re, che sei e rimani per i secoli senza fine, ricevi la preghiera dei peccatori che chiedono salvezza e concedi, o amico degli uomini, fertilità alla tua terra, donando climi temperati. Combatti insieme al nostro fedelissimo re contro i barbari e gli atei, come facesti un tempo con Davide, poiché sono venuti nelle tue dimore e hanno contaminato il luogo santissimo, o Salvatore, ma tu dona vittoria, o Cristo Dio, per l’intercessione della Madre di Dio, perché tu sei vittoria e vanto di chi ha una retta fede”.

    Ecco questo Tropario ci porta nel tempo successivo alla conquista di Costantinopoli, perché dice appunto “hanno contaminato il luogo santissimo”, eppure non si smette di chiedere, di domandare la salvezza, fertilità alla terra, climi temperati, anche quando questi terreni, anche quando il clima è abitato non solo dai fedeli ma anche dai nemici.  E’ un inizio, ma è l’inizio di uno sguardo nuovo perché mentre si chiede la vittoria, nello stesso tempo si chiede innanzitutto la salvezza dei peccatori e questo apre a uno sguardo capace di abbracciare perfino i propri nemici. E ancora dice: “Tu che dai stagioni fruttifere e piogge dal cielo agli abitanti della terra, accogliendo anche ora le preghiere dei tuoi servi, libera da ogni angustia la tua città, perché le tue compassioni sono per tutte le tue opere, benedicendo dunque l’entrare e l’uscire, dirigi per noi le opere delle nostre mani e donaci, o Dio, la remissione delle colpe. Tu infatti nella tua potenza hai tratto dal nulla all’essere tutte le cose”.

    Ecco il punto di arrivo del Vespero: è la prima antifona del Mattutino, appunto, che segue subito la conclusione del Vespero, e ricorda proprio che non possiamo rivolgere la nostra preghiera a Dio chiedendogli un tempo buono, un tempo abitato da un clima mite, dei frutti della terra, da quello che serve per vivere, se non riconosciamo due fatti: il primo, che abbiamo bisogno della remissione delle colpe e, il secondo, che Dio ha tratto dal nulla all’essere tutte le cose, tutte. Non soltanto quelle che ci vanno bene, non soltanto quelli con cui siamo in pace. Ecco che allora diremmo così: il modo giusto di fruire del tempo e di fruire dello spazio, di stare dentro il creato e di vivere nello scorrere del tempo, è quello che ci permette di acquisire lo sguardo stesso di Dio, lo sguardo di Dio che è uno sguardo di totalità, che non dimentica nessuno di coloro che ha creato e lo sguardo di Dio che è sempre uno sguardo di compassione, uno sguardo di misericordia. E proprio questo, questa domanda di uno sguardo che è come quello di Cristo, come quello della Sua compassione, permette di continuare questa preghiera; ma fermiamoci un attimo e cominciamo a farci una domanda che diventa decisiva per l’ultima parte del nostro incontro: “Come sono abituato a stare nel tempo? Che cosa domando a riguardo del tempo che vivo? Che rapporto ho con il Signore in questo aspetto così decisivo per la mia vita?

    Il cristiano e la società civile in cui vive

    Passiamo ora ai testi della Divina Liturgia, della Messa del primo di settembre. Viene letto quel passo del capitolo IV di Luca in cui appunto Gesù inizia il suo  ministero ma prima di quel brano di Vangelo, in quella stessa Messa viene letta un’altra pagina della scrittura (nel rito bizantino, non c’è una prima e una seconda lettura e poi il vangelo ma c’è un’epistola, c’è sempre un brano tratto dalle lettere di Paolo, che permette di cogliere e approfondire il senso della giornata, il senso della festa) e il primo giorno dell’anno, il brano che viene letto è un brano della I lettera a Timoteo, il capitolo 2, i versetti dall’1 al 7. Lo leggiamo questo brano, un brano molto noto, ma che collocato in questa apertura d’anno acquista un significato ancora più interessante. Al suo discepolo Timoteo scrive Paolo: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, che ha dato sé stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza Egli l’ha data nei tempi stabiliti e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo, dico la verità, non mentisco, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.

    Questo densissimo brano della lettera a Timoteo ci porta direttamente in un’epoca, quando viene composto, in cui iniziava a essere conosciuta da parte dei cristiani anche la persecuzione. Non siamo ancora alle grandi persecuzioni del II e III secolo, ma siamo molto vicini al momento del martirio di Pietro e di Paolo. La cosa interessante è proprio questa, che anche in un contesto di difficoltà e di ostilità, la domanda che Paolo rivolge a Timoteo, la raccomandazione, l’esortazione, dice che prima di tutto si facciano “domande, suppliche, preghiere, ringraziamenti per tutti gli uomini”, quindi mai una preghiera che volontariamente escluda qualcuno, non esiste una preghiera che si fa contro, o tagliando fuori qualcuno, e specifica “per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità”.

    Qui potremmo dire che abbiamo riassunto il tre righe quello che diventa il modo ideale di concepire il rapporto tra il cristiano e la società civile in cui vive, perché innanzitutto abbiamo questo dato: abbiamo la raccomandazione da parte di Paolo che si facciano “domande, suppliche, preghiere, ringraziamenti, per i re  e per tutti quelli che stanno al potere”. Cosa vuol dire pregare per i re, per quelli che stanno al potere? I Padri della Chiesa commenteranno questa preghiera sottolineando una cosa: che chi ha un potere da esercitare, è sottoposto a una quantità di tentazioni molto superiore a chi non  ha un potere da esercitare. La tentazione del potere, del proprio tornaconto, il gusto del “potere per il potere” ci dice che proprio perché questi sono in una situazione di maggiore difficoltà, di maggiore pericolo, di maggiore tentazione, ci viene chiesto di pregare sempre per loro. Ma nello stesso tempo, dice, si “facciano anche ringraziamenti per tutti gli uomini”, quindi si chiede anche di essere capaci di riconoscere il bene che ci viene dal vivere in una situazione dove c’è comunque un governo, un ordine, perché infatti “possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità”. E’ interessante, perché quando si parla di questa vita calma e tranquilla, si intende una vita che sia posta nella condizione di dedicare il tempo giusto alla riflessione e alla preghiera; i termini che vengono usati, in greco sono due termini che richiamano proprio questo aspetto: quindi vita calma e tranquilla, non per dormire sempre, ma una vita calma e tranquilla perché l’anima, perché la mente possano dedicarsi a quei pensieri e a quella contemplazione, quella preghiera, quel desiderio, quel riconoscimento delle domande fondamentali che appunto rendono gli uomini tali. E questo aspetto mi sembra che sia ancora particolarmente interessante da richiamare all’inizio dell’anno nuovo, perché quante volte nelle nostre preghiere o nella rappresentazione che ci facciamo della nostra vita ideale, abbiamo messo dentro anche il tempo necessario e la tranquillità necessaria per poter guardare oltre, per poter alzare gli occhi del corpo ma anche della mente e del cuore, per potere riguardare, ricontemplare il nostro fine, il nostro destino, cioè per dare voce a quelle che sono le domande fondamentali che il senso religioso dell’uomo non può sopprimere? Ecco, è interessante perché la vita calma e tranquilla è collegata a due condizioni: la pietà e la dignità. Come dire che solo l’uomo che è capace di pensare alla sua origine, al suo fine, è capace di guardarsi come una creatura e di riporsi le domande fondamentali: solo quest’uomo , animato dalla pietà, cioè dal riconoscimento del suo essere da Dio, può vivere con piena dignità. Non c’è dignità piena dell’uomo senza la libertà religiosa, non c’è dignità piena dell’uomo senza il riconoscimento del suo essere creatura; se la mia dignità non la riconosco come qualcosa che  mi viene donato, non da un altro uomo,ma appunto da qualcuno che è oltre la sfera puramente umana, allora la mia dignità resterà soltanto qualcosa che è legato al riconoscimento di tutti gli altri. La dignità della persona diventa una realtà politica che le maggioranze mutevoli, che le opinioni mutevoli degli uomini possono cambiare. Mentre l’unico fondamento della dignità della persona che non viene mai meno e non cambia mai, è esattamente il fondamento divino, il fondamento  metafisico. Solo se riconosciamo che nell’uomo c’è qualcosa, un di più che gli è dato direttamente da Dio, allora noi riconosciamo che c’è un rispetto da dovere e quindi, appunto, un riconoscimento di dignità; altrimenti i diritti e il riconoscimento della dignità di ogni uomo che nasce sarà subordinato alle condizioni di quel momento, sarà subordinato alle circostanze della sua nascita, alla lingua che parla, al censo della famiglia che lo ha generato, alla considerazione o meno della sua uguaglianza rispetto ad altri. Sono tutti fenomeni che stiamo continuamente sperimentando e continuamente vedendo perché una delle questioni più preoccupanti di questi anni è esattamente l’offuscarsi della concezione della pari dignità di tutti gli esseri umani.

    E questa preghiera che viene fatta da Paolo poi continua svelandoci qual è il piano di Dio, qual è la volontà di Dio. Quante volte questo termine – la volontà di Dio – ci ha fatto paura. Ma Paolo è chiarissimo: “questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio nostro salvatore, il quale vuole – ecco la volontà di Dio – che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità”. E qual è questa verità? Che “uno solo è Dio e uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini”, colui che ci rende possibile conoscere Dio così come è e non rimanere prigionieri delle nostre rappresentazioni. E’ l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Ecco a cosa serve una domanda fatta all’inizio dell’anno, di una vita quieta e tranquilla: serve per poter riconoscere chi è Dio e come siamo noi in rapporto a Lui ma serve anche per riconoscere e acquisire la volontà di Dio: che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.

    Questo è il compito che ci viene affidato: quello di compiere la volontà di Dio, quello di metterla in pratica, quello che, potremmo dire inizia con il desiderio da parte nostra di aderire a questa volontà di Dio, cioè di farla diventare la nostra volontà, il nostro orizzonte, il nostro giudizio, il nostro modo di pensare. Ecco dunque quale ricchezza ci svela una giornata come il primo settembre, così come ce la presenta la Chiesa d’Oriente e chiediamo alla fine l’intercessione di Maria, con questo theotokion, cioè un’antifona mariana, che si trova sempre nell’ufficiatura bizantina del primo di settembre: “Tu che sei l’artefice, l’ordinatore di tutto il creato e hai posto nel tuo potere i tempi e i  momenti, corona il ciclo dell’anno, Tu che sei pieno di compassione, con le benedizioni della Tua benevolenza, custodendo il tuo popolo nella pace, incolume e illeso. Ti supplichiamo, per l’intercessione di Colei che ti ha partorito e degli angeli divini”.

    Alla Vergine, che è Colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore, cioè nella Sua volontà, chiediamo di guidarci a entrare anche noi nella volontà del Padre, così come ci viene con questa ricchezza insegnata e dischiusa dalla sapienza della Chiesa.

     

    (testo tratto dagli appunti della registrazione e non rivisto dall’Autore)

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